MOSSE VINCENTI

MOSSE VINCENTI

Ancora uno sforzo. Si fa guardare con piacere. Ma per essere davvero bravo, a Thomas McCarthy manca un po’ di perfidia. Lo abbiamo capito guardando “Mosse vincenti”, terzo film costruito su una trama fotocopia. Non c’è niente di male: una scrittrice sublime come Ivy Compton-Burnett ha scritto venti volte lo stesso romanzo, dissimulandolo sotto titoli che aumentano la confusione – “Genitori e figli”, “Padroni e maestri”, “Fratelli e sorelle” – e ancora la amiamo come il primo giorno (quando capimmo che dietro un “passami il sale” c’era perlomeno un incesto). Non c’è nulla di male a ripetersi. Ma saperlo torna utile. Soprattutto a chi vuol capire la differenza tra il riuscitissimo primo film “The Station Agent” e i due che seguono, “L’ospite inatteso” e questo “Mosse vincenti”. Il saldo rimane attivo anche levando dal conto la bravura e la simpatia del nano Peter Dinklage (uno che trasforma in oro tutto quel che recita, ne approfittiamo per raccomandarvi la serie tv “Game of Thrones”, su Sky Cinema: con il ciuffo biondo e i broccati rossi sta d’incanto). Viene in aiuto il titolo originale del film: “Win Win” descrive infatti una situazione in cui entrambi i contendenti vincono, o almeno ricavano vantaggi. Era la trama con il nano solitario appassionato di treni, che eredita una stazioncina fuori mano nel New Jersey e mentre la rimette a posto, trova amici e innamorate. Era la trama con il professore universitario divorziato che trova il suo appartamento a New York occupato da due clandestini belli, eleganti, in grado di esibire perfino un contratto d’affitto. Finiranno per suonare insieme il bongo a Central Park. E’ la trama di questo film: un malmesso avvocato del New Jersey – non ha i soldi per riparare la caldaia, e nemmeno per far tagliare l’albero pericolante – scopre che con la custodia di un vecchietto con l’Alzheimer potrebbe incamerare 1.500 dollari mensili. Si offre come tutore, subito spedisce il vecchietto alla casa di riposo. La figlia non si trova. Dopo un po’ spunta un nipote. Ovvio che Giamatti se ne prenda cura: il ragazzo è bravo nel wrestling, e la squadretta allenata nel tempo libero dall’avvocato non vince mai. Ma allora cosa c’era in più nel primo film? C’era il nano, appunto. Metteva un po’ d’amaro nella melassa e sparigliava qualche carta un po’ troppo prevedibile.

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