MIDNIGHT IN PARIS

MIDNIGHT IN PARIS

Un americano a Parigi. Con fidanzata già stufa di ninfee, bistrot e baguette. Genitori della fidanzata (repubblicani, qui conta). Amico petulante della fidanzata: basta nominare qualcosa o qualcuno, che lui attacca a spiegare con toni da salotto che sì, il monumento è bello ma quello veramente da vedere sta da un’altra parte; che il ristorante parigino da prenotare è un altro, non la trappola per turisti dove tutti fanno la fila; che il romanziere da leggere non si trova sui banconi della Fnac ma negli scaffali in disordine della Shakespeare & Company (somiglia un po’ al ritratto di Pietro Citati tracciato con puntuale affetto da Carlo Fruttero). Dopo un po’ Gil – Owen Wilson che rifà il Woody Allen di trent’anni fa, meglio di Kenneth Branagh in “Celebrity” – decide di passeggiare da solo. Allo scoccare della mezzanotte, mentre sogna come tutti di scrivere il Grande Romanzo Americano (sdegnando le sceneggiature che gli danno di che campare senza sacrifici) vede passare una vettura assai vecchiotta. Prima del Festival di Cannes, Woody Allen aveva costretto attori e troupe al silenzio. Ora sappiamo, già dal manifesto, che al centro del film c’è la Parigi anni Venti, spiritosamente ricostruita come paradiso per scrittori in crisi. Son qui che arranco, con ’sto manoscritto stiracchiato e noioso, ma non è colpa mia. Se fossi vissuto nella Ville Lumière, se avessi potuto avere come editor Gertrude Stein, se avessi incontrato in un caffè mica tanto desolato “Tom” Eliot, se mi avessero invitato alle feste dove Cole Porter suonava il pianoforte, e gli invitati erano Scott e Zelda Fitzgerald, se la mia fidanzata avesse posato per Man Ray, ce l’avrei fatta di sicuro. Magari mi sarebbe avanzata un’idea da suggerire a Luis Buñuel: ospiti a cena, conversazione, musica, nessuno che riesce a varcare la porta per andarsene. Dopo una serie di film scarsetti e pagati dagli enti turistici, dopo lo sfinimento procurato dal suo soggiorno romano, è un piacere scoprire un Woody Allen allegro e battutaro. Hemingway parla come un manuale di scrittura e di autostima. Salvador Dalì, con il nasone di Adrian Brody, ha la fissa dei rinoceronti. “Midnight in Paris” (da un raccontino del regista) fa da contraltare a “La rosa purpurea del Cairo”. L’intellettuale vive nel suo sogno, non meno gasato e provinciale della casalinga che al cinema scorda la propria miseria.

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