UNA SEPARAZIONE

UNA SEPARAZIONE

Per lavare e cambiare un vecchio malato di Alzheimer la badante iraniana deve chiedere lumi alla polizia coranica, da chiamarsi al telefono fornendo tutti i dettagli: sì sono sola in casa, no non posso chiamare un vicino, certo si tratta di un’urgenza, i parenti rientrano la sera tardi. La figlia piccola – già a sua volta con il velo, ne producono di comodissimi con l’elastico per chi ancora non ha pazienza o manualità, e soprattutto vorrebbe far giochi da maschi – guarda la mamma e le dice: “Non dirò niente a papà”. Basta per bandire tutti i discorsi che attorno al velo ricamano sofismi: loro hanno il velo, noi abbiamo le diete e la taglia 38, dicono le relativiste culturali, come se fosse la stessa cosa (un bignè noi lo possiamo mangiare, loro il velo non lo possono togliere, e già che siamo in tema vorremmo liberarci anche dal multiculturalismo stile “Sex and the City”: abiti firmati sotto la palandrana nera). Basta per celebrare il talento di un regista quasi quarantenne che segna una svolta nel cinema iraniano, liberandolo da Abbas Kiarostami e dal neorealismo, di recente incagliato sulle secche del cinema nel cinema. C’è un terzo velo, nel film. Plissettato, in nuance con lo spolverino e morbidamente appoggiato sui capelli rossi, appartiene a Simin, tanto benestante da decidere di emigrare con marito e figlia. Se solo il marito accettasse di lasciare a Teheran l’anziano genitore. Per questo Simin chiede il divorzio da Nader: nella prima scena li vediamo davanti al giudice, mentre cercano di far valere le rispettive ragioni. Parlano e parlano, più nervosamente che in “About Elly”, dove un gruppo di amici partivano per il fine settimana con fuoristrada e borse Vuitton. In quel film c’era un gran colpo di scena verso la metà, quando lo spettatore era sul punto di uscire perché non succedeva niente. In “Una separazione” la struttura è più complessa. Per chi l’ha scritta e recitata, intendiamo, non per lo spettatore che viene subito risucchiato in questa storia dove tutti, prima o poi, finiscono per aver torto. Chi ha taciuto una cosa, chi ne ha dimenticata un’altra, chi pensa di sfruttare una situazione a suo vantaggio. Insomma, le piccole cose che rendono la vita un inferno, o almeno una fonte continua di musi e litigi. Realismo, non neorealismo. Orso d’oro al Festival di Berlino, premio collettivo agli attori e premio collettivo alle attrici.

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