MELANCHOLIA

MELANCHOLIA

Arriva l’altra Grande Depressa di Cannes. Appena una settimana dopo la gothic rockstar Cheyenne in “This Must Be The Place” di Paolo Sorrentino: mortaretti di felicità per la prima posizione nella classifica degli incassi, e piacevole stupore per le due commesse ventenni che alla libreria della stazione Termini qualche giorno fa parlavano del film con i lucciconi agli occhi. Depressi da manuale, come la controfigura poetica di Ottiero Ottieri (uno che nella vita teneva sul tavolino del salotto un cestino di vari psicofarmaci e li sceglieva come per comporre un cocktail) o il William Styron che scrisse “Un’oscurità trasparente”, che preferiva la parola tempesta, o uragano mentale. La fresca sposa Kirsten Dunst (tre film alle spalle come fidanzata trascurata di Spider-Man) è tanto infelice da non temere l’impatto del pianeta Melancholia sulla terra: la fine del mondo sarebbe un sollievo per le sue paturnie, che includono lo sdraiarsi nuda nei boschi. Il matrimonio si festeggia in campagna, dalla sorella Carlotte Gainsbourg: bella magione, ma così difficile da raggiungere che la limousine stretch non riesce a fare la curva. Neppure gli invitati sono di buonumore, specialmente i genitori della sposa: Charlotte Rampling è anche più acida di quando, in “Perdona e dimentica”, metteva paura perfino al pedofilo. I primi dieci minuti sono sublimi, come erano sublimi i primi dieci minuti dell’“Anticristo”, nella loro oscenità ritmata da “Lascia ch’io pianga” di Handel. Poi, il disastro (nell’“Anticristo”, c’erano perfino gli animaletti parlanti). O il mezzo disastro, come in questo caso, che segue le splendide cartoline dall’Apocalisse girate al rallentatore, con l’ouverture del “Tristano e Isotta” di Wagner: per la seconda volta prendiamo atto che il ralenti può anche non essere un mezzuccio da dilettanti in cerca di effetti. La sposa corre nel prato fradicio, acchiappata da legacci e radici. I pianeti pericolosamente si allineano, piovono uccelli candidi. Finito il prologo, passiamo alla limousine e al pranzo di nozze che ricorda tanto “Festen” di Thomas Vinterberg. Finito anche il litigioso banchetto, il testimone passa all’altra sorella, la razionale e speranzosa Claire. Domanda di un critico americano: come hanno fatto i lombi britannici di John Hurt e Charlotte Rampling a sfornare una figlia americana e un’altra francese? Non ditegli che a fianco di Kirsten Dunst il grande depresso Lars von Trier voleva la spagnola Penelope Cruz.

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