BAR SPORT

BAR SPORT

Il bar è anni Settanta, dal primo romanzo di Stefano Benni uscito nel 1976 (Feltrinelli ancora lo ristampa, nel 1997 è uscito il sequel, “Bar Sport Duemila”). La recitazione è anni Settanta, fatta eccezione per Teo Teocoli che assieme a Vito sta una spanna sopra gli altri. Perfino la regia è anni Settanta, figuriamoci le luci e la scenografia. Se vi viene il magone a vedere l’albero dei boeri, il flipper che va in tilt, il mago del flipper con i guanti da guida, il moroso appena lasciato che chiede al barista cento gettoni, tanti ne servono per convincere la morosa a ripensarci, è il film per voi. E per chi si emoziona a sentir nominare Gloria Guida e il suo film “La Liceale”, e per chi riesce a ridere “vintage”, da Settimana Enigmistica o da Palestra dei Lettori, un tanto a freddura e pazienza se sono riciclate. Per esempio, guardando un’insegna – quella del Bar Sport appunto – che non si accende mai, e quando si accende fa cortocircuito). Modernariato a parte (con un flash back che torna all’infanzia, in Italia la parola regista e la parola scrittore rimano sempre con nostalgia) il passaggio allo schermo non risulta indolore. Eppure Stefano Benni si è fatto pregare a lungo, prima di cedere i diritti ad amici fidati. Troppo fidati, e troppo sotto il tallone filologico dello scrittore – Benni vuole rivedere e approvare le interviste, e ora le concede solo via e-mail, come quella uscita su Vanity Fair – per prendere decisioni. Un conto è leggere: “Faceva così caldo che il coccodrilli scappavano dalle Lacoste per tuffarsi nella cedrata o nel chinotto”, un conto è vedere a tutto schermo il coccodrillino che dimena la coda (meglio il primo). Un conto è leggere: “Le zanzare fecero il loro spettacolo da frecce tricolori”, un conto è vedere a tutto schermo gli zanzaroni che fanno acrobazie nel baretto di Onassis (molto meglio le prime). Anche la Luisona, gigantesca pasta “bianca e nera, con sopra una spruzzata di granella in duralluminio”, decana tra i dolciumi ornamentali e risalente al 1959, riesce più spaventosa e attraente se la immaginiamo. Claudio Bisio è il “Tennico”, colui che spiega a tutti come fare le cose (che in genere non sa fare, sappiano però gli sceneggiatori che negli anni Settanta non si diceva “caldo percepito”). La versione moderna sta in un articolo di Antonio Pascale sul Post di qualche giorno fa: “Competenze”, a proposito di una caldaia che si rompe.

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