THIS MUST BE THE PLACE

THIS MUST BE THE PLACE

"Non sto cercando me stesso. Sono nel New Mexico, non in India”. La rockstar cinquantenne ha ancora il trucco di una volta: labbra scarlatte (prima un velo di cipria, così il rossetto tiene tutta la giornata), unghie smaltate con il rouge noir di Chanel (la prima scena è un’inquadratura da “Lolita”, che nel film di Stanley Kubrick se le faceva dipingere da James Mason), capelli nerissimi cotonati a cespuglio (il ricciolo ribelle va soffiato via), anfibi da trascinare assieme al trolley. Il Grande Depresso Cheyenne ha idee molto precise sul quel che gli sta intorno: la piscina vuota serve per giocare a squash con la moglie che lavora come pompiere, alle signore che ti guardano storto al supermercato bisogna bucare il cartone del latte, le ragazze rock&roll devono sposare timidi camerieri di tavola calda, noiosi ma affidabili e di lunga tenitura (le doti si scopriranno con il tempo e forse arriverà anche la passione). Frasi magnificamente scritte, e magnificamente pronunciate da Sean Penn con voce in falsetto, lunghe pause, una cadenza singolare a lungo studiata (non si inventano personaggi così in due ore di lavoro) eppure naturalissima. Cheyenne cerca l’aguzzino di suo padre in campo di concentramento, dopo che il genitore è morto (non si parlavano da decenni per una questione di rimmel). Giureremmo di aver sentito a Cannes, quando l’ex rockstar entra nell’appartamento apparecchiato a lutto, con dolenti in kippah e candelabri a sette bracci, la frase: “Non sapevo che mio padre fosse ebreo”. O l’hanno tagliata nella versione italiana, o l’hanno tagliata per il mercato americano (o l’abbiamo immaginata, può essere: ricordiamo però benissimo che a Cannes fece molto ridere). Sean Penn merita l’Oscar, oltre a tutta la nostra ammirazione. Viste le prime foto dal set, sembrava impossibile un film intero con l’attore combinato da vecchia signora. Invece godiamo ogni immagine e ogni battuta. Sappiate però che in italiano Sean Penn ha una voce più virile, Paolo Sorrentino ha deciso così. La forza del personaggio fa dimenticare la trama ridotta al minimo, quasi una serie di comiche intelligenti e sottili. Aveva lo stesso problema “L’amico di famiglia”: protagonista azzeccatissimo, finale incerto. Quando Sorrentino troverà uno scrittore di trame all’altezza del suo occhio per i personaggi, nessuno lo fermerà. Già così, in Italia non ha rivali.

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