JANE EYRE

JANE EYRE

Nel 2009 l’australiana Mia Wasikowska stava leggendo “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, e pensava che le sarebbe piaciuto il ruolo della ex governante incaricata di educare una vanitosa fanciulla francese nella brughiera. Datore di lavoro, un burbero signorotto dal passato misterioso, in guerra dichiarata con il genere umano. Solitario, scostante e musone fino a quando i due fissano le nozze. Al momento del “chi ha qualcosa da eccepire parli adesso o taccia per sempre”, viene rivelato che nel sottotetto ha rinchiuso la prima moglie, pazza e caraibica (“la matta nella soffitta” diventò poi un must della critica letteraria femminista). Chiese al suo agente se c’era qualche progetto in preparazione, poco tempo dopo le segnalarono la sceneggiatura di Moira Buffini (la stessa che aveva portato dal fumetto allo schermo “Tamara Drewe”). Nel frattempo Cary Fukunaga, californiano di padre giapponese e madre svedese che si era fatto notare con “Sin Nombre”, cercava una giovane attrice per la parte di Jane. Tutti i colleghi e i direttori di casting interpellati gli avevano sottoposto le puntate di “In Treatment” con la ginnasta Sophie, prima che la giovane attrice girasse “Alice in Wonderland” con Tim Burton. Parentesi: il regista a 32 anni aveva vinto il premio per la regia e premio per il miglior film al Sundance raccontando l’immigrazione dal Messico agli Usa senza indulgere alle lagne di Ermanno Olmi e di Emanuele Crialese (ora candidato agli Oscar perché l’italiano vince le competizioni internazionali solo se in canottiera). Il passaggio al film in costume si compie senza intoppi. Senza intoppi è anche l’adattamento, che non cambia una virgola ai dialoghi scritti a metà Ottocento dalla maggiore tra le sorelle Brontë, affidando le descrizioni al mezzo cinematografico. Se si guarda il film usando il romanzo come traccia, è puro godimento vedere come pagine e pagine di descrizioni sono incollate ai corpi e ai gesti di Jane, di Rochester, della governante, del reverendo che ricovera la ragazza mezza svenuta, la bocca cucita sui motivi della fuga. Se non volete sobbarcarvi la fatica, giacché noi l’abbiamo fatto per voi, fidatevi. La fedeltà è assoluta, miss Brontë da lassù applaude (anche alla bravura degli attori). E’ solo un po’ stupita quando arriva il finale, e capisce che lei aveva osato di più, quanto a orrore gotico.

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