RESTLESS – L’AMORE CHE RESTA

RESTLESS – L’AMORE CHE RESTA

(Omissisis). Gran sommovimento di sopraccigli, a Cannes. Non solo era una tenera storia d’amore – genere sdegnato dai festivalieri – ma una “Love Story” con malattia terminale. Attacco di snobismo acuto, tra i critici americani, contro un film di adolescenti dove vale la medicina  secondo Hollywood: man mano che si avvicina il giorno della fine, l’eroe o l’eroina sono sempre più affascinanti, si direbbero il ritratto della salute. Rifiuto sdegnato, un po’ dappertutto, per un film contemporaneo ambientato a Portland dove gli attori vestono redingote, pantaloni a scacchi, cappottoni e altre carinerie vintage (anche una divisa da kamikaze giapponese durante la Seconda guerra mondiale). Roba da far dire: il regista presta più attenzione al guardaroba che agli attori. A parte il fatto che i costumi in un film non sono un accessorio secondario, la schiera dei lamentosi & disprezzanti meriterebbe la visione forzata di “Elephant” o di “Paranoid Park”. Una volta, due volte, tre volte, finché la mano batte per terra in segno di resa, e con voce strozzata il malcapitato urla: “basta! pietà!”. Era da “To Die For” – “Da morire”, con una Nicole Kidman simil Barbie in carriera tv, ripresa mentre legge le previsioni del tempo facendo balenare un doppio senso anche dietro la parola “precipitazioni” – che Gus Van Sant non girava un film guardabile senza sbadiglio. Vogliamo proprio ricondurlo ai ragazzini ripresi di nuca nei corridoi della scuola? In “Fight Club”, romanzo di Chuck Palanhiuk e film di David Fincher, i gruppi di supporto per malati terminali fornivano emozioni genuine agli stanchi della vita. Enoch e Annabel si incontrano a un funerale, entrambi da infiltrati. Lui ne frequenta parecchi, dando giudizi (tra uno e l’altro, disegna con il gesso la sagoma di un cadavere e lì si sdraia). Somiglia a Harold in “Harold e Maude”, il ragazzino che per attirare l’attenzione della mamma simulava suicidi in piscina o in garage (lo salverà una vecchietta con la crocchia).  Somiglia in bello, essendo l’angelico figlio di Dennis Hopper, mentre l’amata è Mia Wasikowska, che con il taglio di Mia Farrow di “Rosemary’s Baby” somiglia  a Carey Mulligan. PS: l’omissis iniziale riguarda la traduzione dei titoli, abbiamo giurato di non annoiarvi più con faccende di lessico e nonsense, quindi resistiamo eroicamente alla (grave) provocazione.

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