BLOOD STORY

BLOOD STORY

Tomas Alfredson, regista del primo film tratto da “Lasciami entrare” di John Ajvide Lindqvist (il romanzo uscì da Marsilio, che ora pubblica il secondo, intitolato “Il porto degli spiriti”) non era entusiasta all’idea di un remake americano. Lo scrittore, all’idea di una graphic novel che facesse da prequel a “Blood Story”, è stato anche più esplicito: “Nessuno mi ha chiesto nulla in proposito, penso che il progetto faccia schifo. Sto esaminando la questione e mi auguro che non abbiano alcun diritto di farlo”. Stephen King, specialista in danze macabre, è di parere contrario. Considera “Blood Story” – titolo italiano partorito faticosamente, sul risvolto del romanzo c’è ancora il vecchio, “L’estate dei morti viventi”, poi qualcuno si deve essere accorto in extremis che era una storia di freddo, neve e vetri appannati – “Il migliore horror americano degli ultimi dieci anni. Correte a vederlo e mi ringrazierete”. Di solito gli scrittori e i registi scippati hanno torto, giacché considerano ogni cambiamento un atto di lesa maestà. Di solito le terze parti hanno ragione, e finora il gusto di King in materia di vampiri sembrava indiscutibile. Non in questo caso. Diretto dal Matt Reeves di “Cloverfield”, “Blood Story” oscilla tra l’inutile e il dannoso, molto meglio andarsi a rivedere lo svedese. L’ambientazione in un gelido New Mexico, fotografato con toni esageratamente caldi per la stagione e la temperatura corporea dei personaggi interessati, non aggiunge niente alla storia (se non qualche ammicco politico, giacché il ragazzino perde l’innocenza con tutta la nazione, si era tra Reagan e l’Impero del Male). La fantastica storia d’amore vampiresca, tra un ragazzino tormentato dai bulli e la misteriosa ragazzina della porta accanto, che gira scalza ed è pallidina (il True Blood sintetico non esiste, bisogna procurarsi sangue vero tra mille difficoltà) si stempera in un film di serial killer nella tranquilla cittadina. “Vuoi essere la mia ragazza?”, chiede lui (l’attore è Kodi Smit-McPhee, a fianco di Viggo Mortensen nel film tratto dalla “Strada” di Cormac McCarthy). “Non sono una ragazza” , risponde lei (l’attrice è Chloë Moretz, senza la parrucca viola e il kilt di “Kick-Ass”). Lo chaperon della ragazza è Richard Jenkins, il detective è Elias Koteas di “Crash”: butterati entrambi, forse per far capire che il male e il bene  a volte si confondono.

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