L'ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

L'ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

"Se nella prima mezz’ora di un film non succede niente, non succederà niente neanche dopo”. E’ la prima legge del cinema secondo Roger Ebert, che fa il mestieraccio da quando aveva 25 anni. Ora ne ha 69, è stato il primo a vincere un Pulitzer per la critica, ha sopportato una malattia che gli ha cambiato i connotati privandolo della voce, ha appena scritto le sue memorie intitolate “Life Itself” – solo su carta, quindi dobbiamo rimandare il saccheggio di qualche giorno – e come un ragazzino si diverte ancora ad andare per festival. Seguendo il suo consiglio, da “L’alba del pianeta delle scimmie” stavamo per uscire, dopo una sequenza d’azione non male (il che a rigore soddisfa la condizione di Ebert) ammazzata da una buona mezz’ora di stanca serie B. Dove lo scienziato James Franco, che sperimenta sugli scimpanzé una cura per l’Alzheimer (papà è malato, in rapido peggioramento), sembra non sapere nulla dei primati. Meno di quanto ne sappiamo noi, che abbiamo visto “Il pianeta delle scimmie” di Franklin Shaffner e “Project Nim” di James Marsh, il documentarista incantato dallo scimpanzé cresciuto tra gli hippie, tra birra e spinelli (uscirà in dvd da Feltrinelli, nella collezione Real Video). Meno di quanto ne sa un veterinario di provincia, o un etologo dodicenne: gli scimpanzé piccoli sono un amore, appena crescono diventano bestioni aggressivi. La bella Freida Pinto non aiuta, spersa tra i quadrumani e ignara di recitazione. Resistiamo eroicamente, grazie a Andy Serkis nella parte dello scimmione Caesar, maschio alfa dagli occhi dolci. Abbiamo il nostro premio quando gli umani spariscono, lasciando lo schermo ai maltrattati organizzati. Grande cinema d’azione, nella foresta di sequoie e poi sul Golden Gate, che pare affatto apposta per sostituire le liane. “L’alba del pianeta delle scimmie” racconta come siamo arrivati al “Pianeta delle scimmie” con Charlton Heston: il luogo dove gli umani erano schiavi delle scimmie intelligenti era infatti la terra. Lo spunto viene da un romanzo di Pierre Boulle uscito negli anni sessanta e sempre affascinante. Se vi interessano altri anelli mancanti, leggete “Senza colpa” di Felice Cimatti (Marcos Y Marcos). In copertina quattro scimmie attraversano la strada in stile Abbey Road, una solleva la riga bianca per vedere cosa c’è sotto.

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