CARNAGE

CARNAGE

Dedicato a tutti i genitori che fanno il tifo sulle tribune del campo di calcetto. E a partita finita, quando i rampolli ridono e scherzano negli spogliatoi, aggrediscono l’arbitro e poco sportivamente attaccano briga con gli altri genitori. Va da sé che ognuno nel film vedrà “gli altri” (come in “Parenti serpenti” di Mario Monicelli: “La gente è cattiva, la gente è bugiarda, la gente è invidiosa”, sentenzia la cognata che ha appena cercato di sbolognare ad altri la cura dei vecchi genitori). E’ altrettanto pacifico che “Carnage” non abbia preso neppure un premio alla mostra di Venezia. Non per “censura degli americani” (come sussurra la comare dietrologa che in queste occasioni non manca mai). Perché l’esperienza insegna che registi Usa non vincono ai festival (comunque, era più meritevole William Friedkin con “Killer Joe”). Roman Polanski rende giustizia al perfido testo di Yasmina Reza – “Il dio del massacro”, esce da Adelphi – arruolando quattro attori bravissimi che fanno risplendere ogni battuta, senza mai dar l’impressione di recitare. Il più bravo è Christoph Waltz di “Bastardi senza gloria”, continuamente attaccato al cellulare di cui sembra percepire in anticipo le vibrazioni: le scene al telefono sono in assoluto le più difficili, visto che i tempi te li devi dar da solo, senza un partner che faccia da spalla. La più opaca è Jodie Foster, quella che urla già nel trailer “una cosa sono le vittime e una cosa sono i carnefici”, beccandosi per risposta: “Ho visto la tua amica Jane Fonda in tv, volevo comprarmi un poster del Ku Klux Klan”. Le due coppie si incontrano perché il figlio di Kate Winslet, sposata con il maniaco del BlackBerry (rendiamo omaggio a un grandioso product placement, che finisce nel vaso dei tulipani), con un bastone ha spaccato due denti al figlio di Jodie Foster, sposata con un commerciante di sciacquoni redento da preziosi cataloghi d’arte piazzati sul tavolino della casa di Brooklyn. Dovrebbe essere l’incontro della riconciliazione, con un clafoutis tenuto da parte per l’occasione, scambio di ricette, cortesi richieste: “Potrebbe vostro figlio scusarsi con il nostro? Glielo diciamo noi, glielo dite voi, aspettiamo il gesto spontaneo”. Finisce come in “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, complice una bottiglia di whisky, un criceto abbandonato, e più battute di quante se ne riescano a ricordare.

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