TERRAFERMA

TERRAFERMA

Cose che non vorremmo più vedere in un film ambientato tra i pescatori di Sicilia oggi, anno di grazia 2011. Non quando la buonanima di Luchino Visconti nel 1948 girò ad Acireale “La terra trema”: mani callose, rughe, dialetto incomprensibile, la sfiga che si abbatte sugli già sfigati. Primo, il ventenne con il riccetto che non sa cosa vuol dire “topless”, parola pronunciata da una turista del nord nella frase: “Ma se facciamo un giro in barca con tuo nonno, posso stare in topless?”. La domanda provoca una risatina, come certe scene madri in “Quando la notte” di Cristina Comencini. In entrambi i casi, ci chiediamo dove siano finiti i produttori o i revisori delle sceneggiature. In verità, già basterebbe un passante con occhi e orecchie per garantire: “Tagliatela, questa battuta, che poi la gente ride”. Secondo: non esiste famiglia siciliana come quella che si vede nel film (giovane vedova con figlio, cognato che fa i soldi con i turisti) che non tenga la televisione accesa da mattina presto a notte tarda, come sottofondo di tutto. Una casa dove la tv viene accesa soltanto per far vedere i disegni animati al bambino nero ripescato in mare semplicemente non esiste (il piccolo ha appena imparato a mangiare gli spaghetti con il risucchio, ma dove siamo, in “Lilli e il vagabondo”?). Terzo: non esistono neppure le famiglie che parlano il siciliano dei doppiatori, senza lasciarsi scappare mai una parola d’oggi, un bla bla bla da operatore socioculturale, uno svarione. “Maracaibo” è un po’ poco, per capire in che secolo siamo. Quarto: le vedove non si vestono più con i grembiuli di cotonina a fiori; portano i fusò, anche se il culo non lo consente. E’ un problema estetico – noi per esempio siamo contrari alle canottiere, avendo già dato con il neorealismo. Per un regista come Emanuele Crialese (il suo “Nuovomondo”, che invece aveva contadini e dialetto perfetti, fu premiato proprio a Venezia nel 2006) è qualcosa di più. Passi per la favola (già meno per l’appello al mito: i miti sono crudeli e sanguinari). Ma nell’intento di farci la morale, poi ribadita da Ermanno Olmi, non gli viene in mente che l’atteggiamento verso i clandestini è inversamente proporzionale alla distanza. Non li vuole chi abita in periferia, mentre chi sta tra via Spiga e via Brera predica l’accoglienza. Gli ex poveri appena arrivati al benessere e alla tavernetta, gradiscono poco.

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