L’ULTIMO TERRESTRE

L’ULTIMO TERRESTRE

Come si riconosce un regista bravo, in questo caso anche con il senso per il pop? Per esempio, dal fatto che sa combattere ad armi pari con un’immagine notissima, sfruttatissima, citatissima e parodiatissima: l’alieno con gli occhioni, il testone, le braccine e le gambette che si aggirava in “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” e ritroviamo nel recentissimo “Paul”. Ad armi pari con l’icona, vuol dire che Gian Alfonso Pacinotti (finora noto come Gipi) non va a rimorchio, non lo usa per telefonare cose che la sceneggiatura non saprebbe dire né per strizzare l’occhio agli spettatori, evita perfino gli effetti speciali e luminosi. Basta una tutina di gommapiuma, che fa pure qualche piega, e l’alieno – “grigio” si chiama, nel gergo degli ufologi, altri sono più pittoreschi – ha dignità di personaggio. Nessuno ride quando entra in scena a passettini, in mezzo alla campagna: i tempi giusti e un carattere meglio disegnato di certi intensi personaggi da film italiano lo rendono credibile. Un regista bravo e con il senso per il pop si riconosce anche dal fatto che fa terminare il mondo in una sala bingo. Scegliendo come eroe uno sfigato senza amici, con le zanzare nell’acqua stagnante nella piscina, che pare uscito da un film di Todd Solondz. Altro che il solito elegante appartamento a New York dove Abel Ferrara ambienta la sua fine del mondo per buco nell’ozono (“4:44 Last Day On Earth”, Al Gore ha dato la sua benedizione) tra scopate acrobatiche, meditazioni buddiste e Skype, giacché moltiplicare gli schermi è segno sicuro di raffinatezza. Un regista con il senso per il pop si riconosce dal fatto che nel film ci sono i travestiti, presenza fissa nel giardinetto erotico degli italiani. E che la parte tocca a Luca Marinelli, compatito l’anno scorso in “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo (non aveva niente da recitare, e intanto complimenti per non essersi fatto dissuadere dall’agente: “Così ti rovinerai la carriera”). Un regista con il senso per il pop si riconosce dal fatto che fa debuttare un attore come Gabriele Spinelli, senza metterci la solita faccia da box office, girando un film esportabile, bizzarro, poco italiano. Solo una preghiera, a Gian Alfonso Pacinotti. Continuare a dire, come sta scritto nel press book, che “L’ultimo terrestre” è “una storia d’amore”. Stare zitto sull’Italia di oggi, il degrado morale e altre fregnacce da conferenza stampa.

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