RUGGINE

RUGGINE

Il paragone con “Mystic River” di Clint Eastwood sembra azzardato ma corriamo il rischio. Trattasi di pedofili, in entrambe le storie, e trattasi di ragazzini che dovranno diventare grandi facendo i conti con la brutta esperienza. Da una parte c’è un romanzo di Dennis Lehane intitolato “La morte non dimentica”. Dall’altra c’è il romanzo “Ruggine” di Stefano Massaron, uscito da Einaudi. Lo scrittore cominciò pubblicando un racconto nell’antologia “Gioventù Cannibale”, e se la memoria non ci tradisce non era niente male (quanto tempo è passato, e che tenerezza fa oggi quella lista di nomi). Le strade si dividono subito. Rabbia, furia, dolore, tragedia greca, famiglie che fanno muro contro gli estranei: questo scelgono di raccontare gli americani. Malinconia, crepuscolarismo, tristezza, traumi interiori: questo scelgono di raccontare gli italiani (sullo sfondo: carcasse d’auto, distese senza erba, i più tremendi quartieri torinesi per immigrati con bambini in canottiera, che più pasolinani non potrebbero essere). Il cinema nostrano ha sempre un sovrappiù di timidezza e una mancanza di grinta, perfino quando in scena mette un pedofilo (Filippo Timi, esattamente con la faccia, il completo, l’automobile, l’andatura, l’aria sudaticcia di quando le mamme dicono: “non accettare caramelle e non salire in macchina con sconosciuti”). Il mostro fa il dottore, ogni tanto qualche bambina nei dintorni sparisce. I bambini qualcosa hanno capito, mentre i grandi sembrano non capire niente, e continuano a fidarsi. Date le somiglianze del cattivo con il disegnino del maniaco da mettere sull’enciplopedia illustrata alla voce “pedofili”-, il dettaglio toglie un po’ di credibilità al film. Siccome siamo italiani, e anche autori, il regista Daniele Gaglianone mette insieme i tasselli con ritardo. Prima vediamo tre personaggi – il padre Stefano Accorsi, la maestra Valeria Solarino, lo sbandato Valerio Mastandrea – che si aggirano nelle rispettive scene senza indizi su quel che li lega. Anzi, pensiamo proprio che non abbiano in comune nulla se non la piattezza di personaggi poco sviluppati in sceneggiatura, dove si tolgono informazioni per creare interesse: In realtà si ottiene l’effetto contrario: se non abbiamo qualcosa da masticare, noi spettatori dopo un po’ ci agitiamo furiosi nella poltrona e andiamo a caccia di altre prede.

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