VANISHING ON 7TH STREET

VANISHING ON 7TH STREET

Nel suo libro “Night” (collocato nel più delizioso punto dove saggistica e autobiografia si possano incontrare, e purtroppo si tratta di un luogo sempre meno frequentato), Al Alvarez sembra d’accordo con Emily Dickinson: “La notte è la parte migliore del giorno”. Se interrogata, la poetessa avrebbe aggiunto che il bianco era il più smagliante tra i colori (Alvarez era anche amico di Silvia Plath, a cui dedicò lo studio sul suicidio “Il dio selvaggio” e quando come tanti altri divorziò, scrisse un saggetto intitolato “Life After Marriage”). Ma la notte, garantisce Alvarez, è anche l’unico momento in cui condividiamo il terrore sperimentato al calar del sole dagli uomini primitivi. Le altre paure dei nostri antenati (avrò disegnato abbastanza bisonti sulle pareti della caverna perché la caccia sia ricca?) o delle nostre antenate (troverò abbastanza bacche oggi?) sono scomparse. Il buio resta. Quando, secoli più tardi, si sperimentò l’illuminazione stradale fu ancor peggio: un cono di luce, il resto che serviva da rifugio a Jack lo Squartatore o altri criminali. Per la gioia dei registi dell’orrore che lo sanno usare bene (poche cose spaventano più di certe scene di “The Blair Witch Project” dove lo schermo è nero). In “Vanishing on 7th Street”, il regista di “L’uomo senza sonno” e “Session 9” lo sfrutta al meglio. Anche perché il buio lo guardiamo fisso, mentre dagli sgozzamenti viene la tentazione di chiudere gli occhi. Ed anche un modo astuto per non buttar via soldi in stupidi mostri. A Detroit uno strano black out fa sparire le persone: per strada, negli ospedali, nei cinema restano soltanto mucchi di abiti, inutili oggetti, automobili con le portiere aperte. Sopravvive un proiezionista (in cabina c’è sempre luce), un’infermiera che esce a fumare una sigaretta, un ragazzino in un bar con un generatore anzianotto che non durerà fino alla fine del film. Ricco cast e tensione sempre alta, come nella serie “Ai confini della realtà”. Citata esplicitamente da un paio di occhiali fracassati, dall’episodio “Time Enough At Last”: un signore che ama leggere, a dispetto della consorte che gli cancella i libri riga per riga, sopravvive a una catastrofe nucleare e finalmente dà sfogo alla passione. Allunga la mano per afferrare il primo libro, gli si fracassano gli occhiali. “Vi spaventerà abbastanza per sperare che nel parcheggio la luce funzioni”, scrive il critico del Village Voice.

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