AT THE END OF THE DAY – UN GIORNO SENZA FINE

AT THE END OF THE DAY – UN GIORNO SENZA FINE

Mai andare nei boschi, insegna Pollicino. Quando i genitori lo abbandonano nel bosco perché non sanno come sfamare lui e i sei fratellini ritrova la strada di casa seminando sassetti bianchi (poi lo rifarà con le briciole di pane e gli uccelli cancelleranno le tracce, consegnando i piccini all’Orco che appena rientrato a casa “sente odor di cristianucci”). Mai andare nei boschi, soprattutto quelli vicini a suonatori che strimpellano il banjo sotto il portico. Lo insegnano i giovanotti di “Un tranquillo week end di paura”, sottoposti ad atroci torture da villici poco gioviali. Aggiungete che la caccia all’uomo – da “The Most Dangerous Game” girato nel 1932 da Irving Pichel e Ernest B. Schoedsack: il sadico è un cosacco fuggito prima della Rivoluzione d’ottobre – sta all’horror come la scivolata sulla buccia di banana sta al comico. Avrete gli ingredienti per questo film, girato in inglese da un regista di videoclip (duecento in poco più di dieci anni: Zero Assoluto, Le Vibrazioni, Paola e Chiara, Max Pezzali, i Tiromancino, Nek, Tiziano Ferro, Ligabue, Fabri Fibra, Subsonica, Gianna Nannini, Club Dogo, Mina). Ottimo apprendistato per imparare a dirigere, a spaventare, a limitare le parole inutili, a inquadrare i cespugli come se dietro ci fosse qualcuno che spia (e infatti c’è, ma non sempre), a marcare stretto gli attori con la macchina da presa, a inventarsi crudeltà come il Recinto del fenicottero, campo minato da cui nessuno usciva con due gambe. Lo raccontano due ex soldati, o forse ex guerriglieri, lamentandosi che adesso sistemare ordigni antiuomo non è più così divertente. Subito sentiamo l’aria malsana di “Hostel” (ma senza macelleria, gli effetti speciali sono buoni e limitati al necessario) o di “Severance – Tagli al personale” (ma senza il macabro umorismo di chi viene mandato a un corso di sopravvivenza per rafforzare lo spirito aziendale). Sette sono gli incauti amici che nella stessa foresta vanno per giocare alla guerra, più precisamente a softair: armi ad aria compressa e pallini di plastica. Un sano gioco di squadra (garantisce il sito degli appassionati italiani) da praticare in mezzo alla natura. I primi pallini vanno a segno, una ragazza alza le mani e si allontana un attimo dal gruppo. Manca poco alla prima pallottola vera. A questo punto si può solo scommettere sull’ordine dei morituri.

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