THE HOUSEMAID

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Casa coreana anni Sessanta, l’uomo legge la notizia sul giornale: “Una donna si è suicidata dopo che il marito ha commesso adulterio con una cameriera”. “Cameriera? Gli uomini sono senza speranza”, commenta la mogliettina in kimono. Lui – che fa il maestro di musica, trova bigliettini amorosi delle allieve sulla tastiera, veste giacca e pantaloni all’occidentale – si dichiara meno contrario agli amori ancillari: “In fondo, dipendiamo dalla nostra cameriera. E’ lei che cucina, mette in tavola, lava e stira, mi accoglie la sera quando torno a casa dal lavoro”. Ogni riferimento al caso Schwarzenegger o DSK dipende dal fatto che in questi giorni capita di leggere, sui giornali francesi soprattutto, variazioni da brivido sul tema che Guido Gozzano chiamava “l’amore delle cameriste”. Come se nulla fosse cambiato da quando le serve servivano da palestra erotica per i maschi di famiglia: “Gaie figure di decamerone / le cameriste dan, senza tormento / più sana voluttà delle padrone”. Il dialoghetto made in Corea apriva “Hanyo”, pellicola firmata Kim Ki-young – il resto si può vedere sul sito per cinefili mubi.com, magnificamente restaurato dalla Fondazione Martin Scorsese – e ora rifatta con molte licenze da Im Sang-soo. Troppe, perché i cultori del cinema d’oriente non gridassero allo scandalo. La cameriera allora seduceva il padrone, qui invece dal padrone viene sedotta, in una casa di ricchi sfondati che pare un catalogo di marmi colorati (certi oggetti ornamentali barocchi da soli meritano l’antologia del kitsch). La padrona di casa, in attesa di due gemelli, fa yoga con la tuta bordata di pelliccia. La famiglia ha già un’anziana persona di servizio, dal carattere assai scorbutico. Il marito torna a casa, suona il pianoforte, stappa una bottiglia di vino pregiato, e una sera – sempre con la bottiglia al seguito – infila la porta della cameriera (l’ha vista mentre puliva una vasca da bagno-scultura e la considera un soprammobile di casa). La moglie lascia fare, finché la cameriera non resta incinta. Entra in scena una suocera terrificante, decisa a salvaguardare il buon nome della famiglia. Il melodramma upstairs/downstairs (secondo la formula inglese, quando c’erano percorsi separati per la servitù e i padroni di casa, anche qui le scale hanno un bel ruolo, assieme ai giganteschi lampadari) precipita verso il nero con tocchi da grand guignol.

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