CORPO CELESTE

CORPO CELESTE

Senza gridare al miracolo – che in stile con il film sarebbe accompagnato da crocefissi al neon, solo alla fine spunta un Cristo “figurativo”, a furor di fedeli – Alice Rohrwacher ha le idee più chiare dei suoi coetanei trentenni sulla sceneggiatura, la regia, la direzione degli attori professionisti e non. Un po’ meno sulla lentezza che piace allo spettatore. Sembra abbia letto “Sud e magia” di Ernesto De Martino e lo rifà alla sua maniera, con un titolo preso da Anna Maria Ortese: “Le leggende e i testi scolastici parlavano dello spazio azzurro e dei corpi celesti come di un sovramondo. Mai avremmo conosciuto da vicino un corpo celeste! Non ne eravamo degni! Invece su un corpo celeste collocato nello spazio viviamo anche noi”. Siamo alla periferia di Reggio Calabria, dove la tredicenne Marta torna dopo un soggiorno in Svizzera (il motivo non è chiaro, la madre va a lavorare dal fornaio). Stralunata e taciturna, dopo il ganascino che i parenti del sud non si fanno mai mancare, frequenta un corso di preparazione alla cresima. Comanda una volonterosa signora (Pasqualina Scuncia, tabaccaia nella vita) che per tener desta l’attenzione dei ragazzi tira giù le tapparelle, e proiettando lucidi sulla parete chiede: “Come si chiamava la sorella di Lazzaro? Maria, Marta o Jessica?” (del resto la Calabria è affollata di Debby). Suggerisce che lo Spirito Santo è come gli occhiali da sole, insegna il Credo dei Morenti e il Credo degli Agonizzanti. Invece degli inni sacri, una canzonetta: “Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta” (il parroco, assai distratto, distribuisce i santini dei candidati elettorali). La vulgata critica legge in “Corpo celeste” lo strapotere della tv berlusconiana e il degrado della spiritualità. Peccato siano gli stessi che neanche tanto tempo fa non volevano la messa in latino, alla tonaca preferivano il clergyman, e vicino all’altare un complessino rock con le chitarre elettriche. Invitata alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, Alice Rohrwacher sembra più interessata allo spaesamento adolescenziale, ai gattini buttati nella discarica vicino al fiume, alle massaie che cucinano i calamari ripieni, purché provengano dall’Atlantico. “Nel Mediterraneo annegano gli immigrati”, si spiega al pranzo domenicale, e tanto basta per la pietà di chi ha appena smesso di emigrare verso chi comincia a farlo. 

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