UNA NOTTE DA LEONI 2

UNA NOTTE DA LEONI 2

Un film costato 35 milioni di dollari che ne incassa 500 al botteghino non può non avere un seguito, i produttori sarebbero da ricovero in manicomio. Sappiamo le regole, e sappiamo anche che in questi casi non serve neanche una sceneggiatura: basta un titolo, il cast fotocopia, un regista che già aveva cercato di fare il bis l’anno scorso girando “Parto con il folle” (Zach Galifianakis che con la sua andatura a passettini e il manuale del rompiballe passivo-aggressivo alla mano cercava di impedire a Robert Downey jr. di arrivare in tempo ad Atlanta per la nascita del pargolo). Al massimo serve una mano più pesantuccia sulle gag: laddove c’era una lap dancer occorre un travestito; laddove c’era un dente mancante occorre un tatuaggio maori; laddove c’era Las Vegas occorre un quartiere particolarmente disastrato di Bangkok, con una scimmietta fumatrice e pusher al posto della tigre. Il neonato sparisce: anche i produttori hanno un cuore, e soprattutto un consigliere legale (siamo sicuri che le sigarette sono finte come quelle di “Mad Men”, e comunque il quadrumane non aspira). Dà l’addio al celibato Stu il dentista, promesso a una bella thailandese. Memore della precedente avventura, decide per un brunch prematrimoniale, e vorrebbe lasciare a casa Alan-Zach Galifianakis, che vive ancora con i genitori e parla con mamma attraverso l’interfono. Non riesce nell’intento, e meno male: sue sono le scarse belle battute del film, dall’innamoramento per la scimmietta alla faccia da schiaffi quando succedono i peggiori disastri, salvo disperarsi per un cappello di paglia perduto in un inseguimento: “Prima la scimmia ferita, ora il cappello, quando finiranno queste tragedie”. Al travestito alto due metri scambiato per una bella signora, chiede: “Con che cose te lo sei appiccicato?”. I genitori della sposa non amano il genero, paragonato al riso scotto, e non considerano il dentista un vero dottore. Gli preferiscono senz’altro il figlio prodigio, che suona il violoncello ed è iscritto giovanissimo all’università. No, non fa tanto ridere, e a differenza del primo episodio sul colossale doposbronza (“Hangover” era il titolo originale), si passa dall’urlo al buddista silenzioso. Serviva uno sceneggiatore, non soltanto un’agenzia di viaggi per spostare la troupe a Bangkok. L’ufficio del turismo locale in questo caso non ringrazia.

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