I BACI MAI DATI

Sarà un caso. O sarà lo spirito del tempo, che poveretto si prende sempre colpe non sue. E’ un fatto, però: i registi italiani ricominciano a frequentare chiese e miracoli. Non intendiamo nella vita, questo riguarderebbe soltanto loro. Intendiamo nel cinema. E anche nella letteratura: in “Ternitti” di Mario Desiati si onorano sant’Ippazio e san Rocco. Nanni Moretti gira “Habemus Papam” sotto un finto affresco della Cappella Sistina ridipinto dallo scenografo perché gli hanno cortesemente negato il Giudizio Universale di Michelangelo (non è grave, si vede pochissimo). Roberta Torre aveva già girato e in parte autoprodotto – il film era lo scorso settembre alla Mostra di  Venezia, non propriamente valorizzato – “I baci mai dati”. La storia di una ragazzina che per farsi notare da sua madre si inventa un miracolo. Oppure la storia di un miracolo che avviene davvero alla periferia di Catania, quartiere Librino: doveva essere una città giardino progettata da Kenzo Tange, è finita nel degrado come le Vele di Scampia (bisognerebbe ricordarsi di non far progettare città giardino a un giapponese, specialmente in Sicilia dove “giardino” sta per agrumeto, senza le aiuole). Oppure la storia di una madre che pensa ai profumi e ai balocchi del 2011, filtrati dalla tv, e ha un guardaroba scollatissimo, aderentissimo e mai in tinta unita, per nessuna ragione al mondo: meglio il maculato che fa strafiga. Oppure, semplicemente, l’ultimo film di una regista molto brava, che aveva cominciato con “Tano da morire”, musical mafioso e palermitano con il napoletano Nino d’Angelo a far da colonna sonora. Poi aveva cambiato genere con “Angela”, conquistando i francesi con una bravissima Donatella Finocchiaro nei panni (allora non maculati, solo scollati il giusto) di una Madame Bovary sposata a un mafioso che spaccia droga nelle scatole da scarpe. Per inciso e per statistica: risale ad allora la prima intercettazione sapientemente usata in un film italiano: il poliziotto trascrive le conversazioni degli amanti, lui non capisce nulla, noi capiamo tutto. In “Tano da morire” c’erano le signore sotto il casco dal parrucchiere, con il contaminuti che suonava a cottura finita. Tornano qui, cotonate da Piera Degli Esposti, che tra una tinta e l’altra del salone colorato in tinte almodovariane fa le carte. Bravi tutti, a cominciare dalla quindicenne Carla Marchese. 

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