L’ALTRA VERITA’

Un momento di tregua con “Il mio amico Eric” – il calciatore Eric Cantona si materializza dal poster nella cameretta da scapolo per rimettere in ordine la vita di uno sfigatissimo postino britannico – e Ken Loach si rituffa nel genere “denuncia, denuncia, tremenda denuncia”. L’Iraq è lì a disposizione, dopo la Guerra civile spagnola, il Nicaragua, l’Irlanda. Perché lasciarsi scappare l’occasione di sparlare degli inglesi che fanno i contractor, e degli americani che coprono le loro nefandezze? Via all’operazione con il funerale dell’ex parà Frankie, morto ammazzato sulla Route Irish, la strada che va dall’aeroporto di Baghdad alla Green Zone (sfondo e titolo di un altro film con Matt Damon prontamente ribattezzato “Bourne in Baghdad”). Dolenti: la vedova e l’amico d’infanzia Fergus, che aveva convinto Frankie a fare il mercenario per diecimila sterline al mese, solo che lui non aveva nulla da perdere, e l’altro invece sì. Da questa colpa originaria non si esce, secondo Ken Loach . E la punizione arriva attraverso un video girato con un telefonino. Non prima però di avere inneggiato al fatto che i disgraziati del terzo millennio e gli ex poveracci di Liverpool potrebbero trovare occasioni d’incontro più simpatiche, per esempio ascoltando insieme musiche etniche (una delle scene più insopportabili, in un film che le prova tutte per strizzare l’occhio allo spettatore complice e infastidire gli altri). Questo per la politica e il messaggio. Come regista, Ken Loach non sa decidere se concentrarsi sul dolore di Fergus, nella sua casa minimalista con vista sui traghetti che attraversano il fiume Mersey (lì andava con Frankie a bere sidro quando erano ragazzini, sono amici dal primo giorno di scuola, spiega il prologo). Oppure se chiedere al suo sceneggiatore una passione meno telefonata tra Fergus e la vedova Rachel (“io e Frankie abbiamo condiviso tutto tranne te”). Dopo un inizio promettente, affronta la guerra con l’ingenuità di un pacifista a oltranza, per di più dall’apparente età di sedici anni. Da tempo lo studiamo (per obbligo) e abbiamo anche un consiglio: non dovrebbe mai uscire dai confini britannici: quello è il suo mondo, quelle sono le storie che sa raccontare bene senza inzupparle nella retorica. Frankie si vede appena, come nel “Grande freddo”: un filmino in superotto, un braccio nella bara, le ceneri con l’urna.

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