SCREAM 4

Si chiama “mise en abyme” (se siete laureati in letteratura francese, quindi avete sentito dire più volte del necessario che bisogna scriverlo con la “y” e non la “î” circonflessa). Si chiama effetto Droste, se l’avete visto sulle scatole del cacao con l’infermiera vestita da Florence Nightingale. Si chiama pittura o letteratura ricorsiva, se avete qualche vago ricordo di matematica. Si chiama effetto Escher, se vi piace lasciar cadere nomi difficili e non vi è mai passato per la mente che una tecnica così antica non può aver preso il nome da un incisore olandese nato nel 1898 (meglio il cacao allora, al diavolo lo snobismo, o addirittura l’effetto Memento, dal manifesto del primo film di Christopher Nolan: una polaroid di un uomo con in mano una polaroid che ritrae un uomo con in mano una polaroid, che ritrae un uomo con in mano una polaroid). Si chiama “noia profonda”, se applicato in certi romanzi studiati a tavolino da uno scrittore che, non avendo idee, racconta i patemi di uno scrittore che non ha idee. Con la mise en abyme comincia il film di Wes Craven, quarta puntata della serie iniziata nel 1996 (“Scream – Chi urla muore”) per giocare sui meccanismi del cinema. Potremmo dire un meta-film, se avessimo letto con attenzione i libri del professor Umberto Eco. Due ragazze guardano un film dell’orrore che ha per protagoniste due ragazze che guardano un film dell’orrore. Le une e le altre, e anche la coppia di ragazze che vedremo nel successivo passo – la serie dei falsi inventata da Wes Craven per l’occasione è arrivata a “Stab 7”, per tappare la bocca a chi lo accusa di sfruttare un filone stanco – rispondono a maniaci telefonici che chiedono: “Qual è il tuo film horror preferito?” (la risposta migliore, più avanti nel film, sarà “Bambi”). Finalmente arriviamo al film principale – o quello che ne fa funzione – ambientato come i precedenti nella cittadina di Woodsboro, e a differenza dei precedenti, deciso a svelare le regole dell’horror 2.0. Per capire quando le cose sono cambiate: Ghostface, il maniaco con la maschera somigliante all’“Urlo” di Edvard, ammazza con una pugnalata secca. Ed è un gran sollievo, rispetto al “torture porn” subìto in questi anni con “Hostel” e “Saw”. Alle prese con le regole nuove, Wes Craven ha scordato la regola antica: un film dell’orrore deve durare un’ora e mezza al massimo.

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