LA FINE E’ IL MIO INIZIO

Dal suo letto di morte, impeccabile nel casaccone da guru in tinta con la barba bianca, Tiziano Terzani spiega il grande cerchio della vita, il giornalismo come riscatto dalla povertà, “lo straordinario esperimento di ingegneria sociale” avviato dal presidente Mao. Lo fa con voce roboante che poco si addice a un moribondo, ancor meno a chi vorrebbe invitarci alla meditazione, per nulla a chi spiega le meraviglie del vuoto dentro di sé. Consiglio particolarmente fastidioso: abbiamo fatto tanta fatica a riempirlo, quel vuoto – anche per cercare di star lontani dalle banalità che la famiglia Terzani tiene in gran conto e si rimpalla in ogni occasione come fossero Grandi Verità – che per nessuna ragione al mondo vorremmo tornare indietro. L’attore Bruno Ganz non ha mai avuto una voce simile, perlopiù negli altri film sussurrava, curioso sentirlo tuonare quand’è malatissimo, come un Gassman che cerca di raggiungere senza microfono l’ultima fila di un teatro. Per il resto sta immobile come uno stoccafisso (“intenso” si usa dire in questi casi), mentre evoca episodi della sua infanzia al figlio Folco che rischiò di chiamarsi Mao, giacché fu concepito nel picco di innamoramento del genitore per la lunga marcia. “La domenica ci portavano a Firenze” annuncia Tiziano Terzani. “A mangiare il gelato?”, chiede il rampollo, come se mai e poi mai avesse sentito papà raccontare della propria infanzia. “No, a vedere i ricchi che mangiavano il gelato”, risponde il padre riciclando un vecchio aneddoto, e da bravo giornalista lo abbellisce: “Al caffè Paskowski, io guardavo da dietro la siepe”. Folco registra brani di conversazione, riascolta altri brani di conversazione (giusto per movimentare un po’ il film sceneggiato come un radiodramma) e fa a sua volta la voce grossa con l’editore. Capita infatti che qualcuno della Longanesi chiami all’Orsigna, la Toscana truccata da Tibet dove il giornalista si era rifugiato, e imponga a Folco un lettore che riveda le pagine. “Non verrà toccata neanche una virgola”, tuona Folco, che ha appena sbrigato le sue faccende edipiche litigando con papà. Quindi è adulto. Longanesi con Tiziano Terzani e il suo indotto ha guadagnato abbastanza da lasciar correre la scortesia. Noi però che c’entriamo con un santone che convoca suo figlio al capezzale firmandosi “i’ babbo”?

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