BORIS

La satira al cinema funziona meglio che alla tv. Nessuno ha dubbi, basta guardarle, che tranne rare eccezioni le fiction italiane siano girate come si vede nella serie televisiva Boris (la seconda stagione è uscita in dvd da Feltrinelli, se vi serve un ripasso). Copioni così così, scritti frettolosamente e comunque modificabili se qualcuno dall’alto – diciamo il delegato di produzione Rai o Mediaset – decide di farlo. Attori e attrici con una gamma espressiva che va da A a B (quando manca anche la seconda espressione, si provvede con i cappelli o le acconciature, come Clint Eastwood nei western all’italiana). Operatori, fonici e datori luci che aspettano soltanto l’ora di andarsene a casa. Registi come René Ferretti, specializzati in riprese veloci e buona la prima, se proprio non si vede un microfono in campo o il protagonista sbaglia la battuta. Direttori della fotografia che invece di illuminare accendono qualche luce qua e là. Ma al cinema no. Al cinema abbiamo i migliori direttori della fotografia del mondo, dicono. Abbiamo attori che se fossero a Hollywood vincerebbero Oscar a ripetizione (ci vogliono male perché siamo italiani, e quello che hanno dato a Roberto Benigni per “La vita è bella” quasi lo vorrebbero indietro con la scusa “ci siamo sbagliati”). Abbiamo grandi maestri che una volta massacravano intere famiglie (usando come set la propria casa di campagna) e ora celebrano le nonne chine sul quaderno con la nipotina (usando come set la stessa casa di campagna: a noi, che abbiamo il cuore tenero, fa un pochino impressione). Abbiamo manifestanti che protestano per i tagli alla cultura, e ora che il Fus è stato ripristinato sono costretti a farsi venire un’idea per il prossimo film (magari un regista che combatte contro i tagli alla cultura, perché no?, il pubblico fa la fila per vedere storie tanto appassionanti). Abbiamo registi di commedie che credono di essere Totò, nel senso che verranno rivalutati dai posteri, e altri che quando i cinepanettoni incassano sono bravi loro a intercettare il paese reale, e quando invece non incassano il pubblico ridiventa improvvisamente coglione e facilmente influenzabile da Facebook . “Boris - Il film” non fa prigionieri. Attacca perfino gli sceneggiatori che scrivono copioni di grande impegno sociale sfruttando i precari nello scantinato.

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