FROZEN

Don’t!” era uno dei finti trailer nell’intervallo del tarantiniano “Grindhouse”. Un altro era “Machete”, ma non è più finto, dopo che Robert Rodríguez e Ethan Maniquis hanno girato il film (trash, e del peggiore, quindi imperdibile: esce nelle sale il 21 aprile). Non farlo! Non aprire quella porta, non prendere l’ascensore, non scendere in cantina, non passeggiare nei cimiteri, non andare nei boschi a cercare le streghe, non guardare nei pozzi senza fondo, non accettare videocassette dagli sconosciuti, non affittare case con fantasmi giapponesi (che di solito, va detto, vivono in appartamentini squallidi, niente a che vedere con le lussuose magioni infestate dagli spettri britannici). Mica è finita: non fare le immersioni dove ci sono gli squali e gli addetti alla barca sbagliano a contare i passeggeri; non tuffarsi tutti dallo yacht senza mettere la scaletta; non chiudere a chiave la porta di casa, l’unico risultato è trovarsi a tu per tu con il maniaco; non guardarti allo specchio dopo aver fatto il bagno, appena levi il vapore appare il mostro; non rifiutare quando la ragazza racchia ti invita al ballo della scuola; non prendere aerei pilotati da una ragazza; non tornare all’orfanotrofio che ti vide bambina (sono tutti film dell’orrore usciti negli ultimi anni, e ancora ne mancano). “Non prendere le seggiovie all’ultimo viaggio, quando è domenica e sta per arrivare il cattivo tempo”: questo insegna “Frozen”, film dell’orrore al minimo sindacale, piuttosto spaventoso anche per gli appassionati di montagna. Noi la troviamo spaventosa sempre: in “127 ore”, in “North Face”, nella “Morte sospesa”. “Frozen” almeno non è tratto da una storia vera. Adam Green scrive e dirige la sfigatissima avventura di tre amici – due maschi e una femmina – che si ritrovano su una seggiovia bloccata (solito errore di valutazione, del resto gli addetti fumano, e questo nei film americani non è mai un segno di affidabilità). Cala la notte, il gelo diventa insopportabile, i soccorsi non arrivano, i guanti si perdono, le sigarette finiscono, e nessuno ha detto alla mamma dove esattamente sarebbe andato per il fine settimana. Giocare a “quali sono i tre migliori picnic della tua vita?” non aiuta granché. Peggio ancora quando il cinico butta lì la domanda “Qual è il modo peggiore di morire? Bruciati? Avvelenati? Assiderati?”.

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