THE FIGHTER

Ha avuto l’onore di una recensione firmata Joyce Carol Oates sulla New York Review of Books (tra le credenziali della scrittrice, un libro sulla boxe e molti combattimenti visti da ragazzina, al seguito del padre). Si è accaparrato gli Oscar per l’attrice e l’attore non protagonisti. Melissa Leo agitava la statuetta ed era tanto confusa da farsi sfuggire una parola con la F (subito coperta da un bip, ormai tutto va in leggerissima differita per evitare il turpiloquio e i capezzoli che spuntano dai vestiti). Christian Bale con la barba sembrava un diabolico Charles Manson appena un po’ ripulito. Nel film, sono la terribile madre e il fratellastro drogato del pugile Micky Ward, in una cittadina nel Massachusetts dove le risse per strada sono più frequenti dei combattimenti sul ring. Tratto da una storia vera, il progetto ha avuto una vita lunga e tormentata, con parecchi cambiamenti nel cast – si parlò perfino di Brad Pitt – e drastiche riduzioni di budget, dipendenti dalla redditività degli attori coinvolti. Intanto Mark Wahlberg si teneva in forma. Joyce Carol Oates lamenta l’omissione di tre combattimenti decisivi nella carriera di Ward (tra il 2002 e il 2003, contro Arturo Gatti, con conseguenze pesanti dal punto di vista fisico, colpa della particolare tecnica usata, ve la risparmiamo) e suggerisce che il film in realtà racconta il pugile e la sua famigliona. Anche Dicky Eglund – il fratello allenatore e drogato di crack, con gli occhi infossati e il nervosismo di Christian Bale, un’altra volta dimagritissimo e sempre molto bravo anche quando rasenta la gigioneria – voleva far carriera sul ring. Sembrava esserci riuscito, quando mise al tappeto Sugar Ray Robinson. La celebrità era destinata a durare un quarto d’ora o poco più. Le illusioni invece non muoiono mai: quando arriva una troupe per girare un documentario sulla droga, Dicky immagina che stiano girando un film su di lui. Cerca di rifarsi organizzando combattimenti per il fratello Micky, mandato a farsi male sul ring contro avversari assai più pesanti di lui. Fanno da coro greco sette incredibili sorelle, tutte bionde e tutte grassottelle, oltre che nemiche giurate della barista carina che Micky ha scelto per morosa (lei vorrebbe un manager un po’ più affidabile). E’ Amy Adams, anche lei candidata come non protagonista, e perdente contro le cotonature di Melissa Leo.

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