LA VITA FACILE

Parliamo di pazienza. La nostra non va presa a esempio. Nelle lunghe maratone festivaliere capita di sussurrare al vicino di poltrona “già non mi piace” mentre scorrono ancora i titoli di testa. Quasi sempre è colpa di una colonna sonora fastidiosa, o tanto invadente da far funzione di sceneggiatura. Oppure di un paesaggio senza presenze umane. “127 ore”, per esempio, ha l’uno e l’altro (una scommessa fatta da Danny Boyle, più che un film: vediamo se riesco, dopo l’India brulicante di “The Millionaire”, a girare un film con un uomo quasi sempre inquadrato in primo piano). Ricordiamo perfettamente il momento in cui abbiamo pensato: parte malissimo, speriamo che si riprenda, e che non abbia come unica attrattiva una mutilazione. Quasi mai, a film finito, capita di mordersi la lingua, o di cercare il regista frettolosamente giudicato per fargli tante scuse. Quel che i titoli di testa promettono, di solito il film mantiene. Ed è giusto così: chi non cerca di fare buona impressione subito? Solo un masochista la rimanda a quando è troppo tardi. Anche gli spettatori più pazienti di noi converranno però che iniziare una trama dopo che sono passati oltre cinquanta minuti dall’inizio (su un film che dura un’ora e mezza, non sette) è fuori tempo massimo. Anche un peccato, perché intanto ci siamo sciroppati molte scene ambientate in un misero ospedale africano, indistinguibili da quelle di altri registi convinti che il malessere della Roma più che benestante possa essere curato abbracciando bambini con le croste. Pierfrancesco Favino è un dottore di successo, che sbarca nella savana perché ha smarrito il senso della vita. Risposta dell’amico Stefano Accorsi, che da molti anni opera gli indigeni: “Qui il senso ti arriva in faccia tutti i giorni”. Speriamo che accada qualcosa, che non si vada a finire nel vicolo senza uscita “il contatto con la sofferenza, specie se di bambini, sana le paturnie degli europei ricchi”. Il qualcosa succede quando noi abbiamo perso le speranze. E Pierfrancesco Favino ha esaurito il repertorio (carloverdoniano) del romanaccio che in mezzo al nulla vuole l’elettricità, guanti sterili, acqua per docce lunghissime. Lucio Pellegrini aveva diretto “Figli delle stelle”, senza sostegno dell’Unicef e senza Vittoria Puccini che spiega i progetti di Oxfam Italia, eppure molto più riuscito.

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