LADRI DI CADAVERI - BURKE & HARE

Robert Louis Stevenson, nel racconto “Il ladro di cadaveri”, li chiama “Resurrection Men”. I tipacci che all’inizio dell’Ottocento rifornivano le università, sempre a corto di materiali per le lezioni di anatomia, rubando cadaveri nei cimiteri: “Ai corpi che erano stati deposti nella terra, in gioiosa attesa di un ben diverso risveglio, giungeva quella resurrezione frettolosa, a lume di lanterna e piena di angosce, della vanga e del piccone. I melanconici resti avvolti in una tela di sacco, dopo essere sballottati per ore lungo viuzze oscure, venivano infine esposti alla massima offesa davanti a una classe di ragazzotti a bocca aperta”. I più famosi, celebrati dalla cultura popolare e non solo – esistono canzoncine per saltare la corda, episodi di “Ai confini della realtà” e di “Alfred Hitchcock presenta”, una sceneggiatura scritta dal poeta Dylan Thomas nel 1953, “The Doctor and the Devils” – si chiamavano Brendan Burke e William Hare. Rifornivano l’Università di Edimburgo, non proprio il laboratorio di Frankenstein (che si procura corpi allo stesso modo). Il commercio è orrendo, ma bisogna tenere conto che loro vendevano e i dottori complici compravano, a caro prezzo, cercando di battere la concorrenza. Nel film di John Landis, per esempio, servono tavole anatomiche dettagliate. Venduto il primo cadavere, in cui si erano imbattuti per caso, Burke and Hare decidono di fabbricarli scegliendo le loro vittime tra i mendicanti, e regalando al dizionario inglese la parola “burking”: far morire di lento soffocamento, schiacciando il petto della vittima (e sperando che sembri morte naturale, in caso di indagini). L’incontro tra il regista del lupo mannaro americano a Londra e gli scozzesi assassini riesce perfettamente, sotto l’insegna degli studi britannici Ealing. Il film sarà anche inutile, addirittura per “cinefili fuori moda” (Maurizio Porro sul Corriere della Sera), ma diverte da morire. E una commedia – lo ha ribadito il regista in conferenza stampa, trascinato a dibattere su Berlusconi e il  “Caimano” – altri scopi non ha. (Bisognerebbe vietarle, certe domande: Landis sa tutto sui “gorilla impersonator”, questo bisogna fargli raccontare). Menzione specialissima per Isla Fisher, nella parte di un’attrice femminista (e un pochino mantenuta) che vuole mettere su un “Macbeth” di sole donne. Attenti al vero Burke, che compare nell’ultima scena.

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