127 ORE

Mettiamola così. Se proprio dobbiamo avere un eroe cinematografico, preferiamo un giovanotto come Mark Zuckerberg (che per vendicarsi di una ragazza inventa Facebook e tradisce gli amici) a un giovanotto come Aron Ralston, che sfida i canyon dello Utah e si ritrova con il braccio intrappolato da un macigno, poca acqua da bere, un paio di barrette energetiche da mangiare e un coltellino comprato al risparmio (gli servirà per liberarsi, se ancora non sapete come, con quanto sangue e con quale assoluta dedizione del rumorista, siete fortunati: al confronto Alfred Hitchcock, che per “Psycho” faceva pugnalare meloni di vario tipo e dimensioni, “dicendo questo sì, questo no”, fa la figura del ragazzino che gioca con “L’allegro chirurgo”). E’ l’annoso dibattito tra la violenza gratuita, e la violenza che gratuita non vorrebbe essere: abbiamo sempre prediletto la prima, almeno al cinema che si può scegliere. Infatti siamo usciti bisognosi di rianimazione da “La marcia dei pinguini” di Luc Jacquet. Film da quasi tutti applaudito con il cinismo che contraddistingue i buoni, e quelli che – non avendo letto Giacomo Leopardi e neanche sbirciato per sbaglio un documentario sul leone e la gazzella, segue sbranamento – pensano alla natura come al luogo delle più dolci armonie. Va detto per mettere le carte in tavola, per svelare le pregiudiziali, per rivelare subito le nostre nefandezze (diceva Mario Praz, a memoria perché non abbiamo ritrovato la citazione: un critico ha molti doveri, ma ha anche il diritto di essere impervio a certi valori). “127 ore” – tante Aron Ralston ne passò nel crepaccio da cui vedeva solo uno spicchio di cielo, meditando sul fatto che non aveva detto a nessuno dove andava (la storia è raccontata nel memoir “Between a Rock and a Hard Place”) – ha tutto per piacere e per vincere qualcuno dei sei Oscar a cui è candidato. A partire dalla recitazione estrema di James Franco, solo in quasi tutte le scene per forza di cose. Ha un po’ troppo di tutto, comprese certe sequenze immaginifiche che hanno richiesto un secondo direttore della fotografia (a dividersi il compito, tra naturalismo e visioni, sono Enrique Chediak e Anthony Dod Mantle). “The Millionaire” metteva di buon umore. Questo mix di storia vera, maschio combattimento contro le circostanze avverse, baldanza che lascia il posto alla prudenza, finisce per irritare.

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