UN GELIDO INVERNO

Il meno costoso tra i candidati all’Oscar, che quest’anno – tranne “Toy Story 3” e “Inception”, 200 milioni di dollari il primo, 160 il secondo – sono tutti film girati con poco denaro e buone idee. Nessuno batte al ribasso i due milioni di dollari serviti a Debra Granik per girare “Un gelido inverno”, sceneggiato con Anne Rosellini e tratto dal romanzo di Daniel Woodrell con lo stesso titolo (da Fanucci). Per fare un confronto: un film al risparmio come “Pranzo di ferragosto”, il debutto di Gianni Di Gregorio ora lanciatissimo con “Gianni e le donne” (anche internazionalmente, al market di Berlino è stato venduto in tredici paesi), era stato girato con 400.000 euro, l’unico set era un appartamento. Nato e cresciuto nel Missouri dove ha ambientato tutti i suoi romanzi (che ora vien voglia di andare a ripescare, come viene voglia di leggere tutto Charles Portis, dopo “Il grinta”), Woodrell gareggia con il Russell Banks di “Tormenta” nel raccontare la popolazione white trash, povera e scarsamente scolarizzata senza neppure la scusante di appartenere a una minoranza. Fa da perfetto esempio la famiglia di “Un gelido inverno”. Madre catatonica e incapace a tutto. Padre che fabbrica clandestinamente anfetamine, e ha usato la casa di famiglia come cauzione per uscire dal carcere, salvo far perdere le sue tracce appena libero. Figlia diciassettenne che si occupa dei bambini più piccoli, e quando non c’è niente da mangiare li nutre a scoiattoli catturati sulle montagne Ozark (pensate a un posto da “Tranquillo weekend di paura”, molto più freddo). La ragazza vorrebbe fare il soldato, magari partire per il fronte dove avrà da mangiare, una divisa pulita, niente pargoli o casi psichiatrici sulle spalle. Se il padre non si rifà vivo non avrà più neppure un tetto sulla testa. La storia non è allegra – i romanzi di Woodrell sono etichettati come Ozark Gothic o country noir – il film bello e commovente. Le parole sono pochissime, la disperazione e l’omertà toccano vertici inimmaginabili, viene in mente “Frozen River” di Courtney Hunt ma senza indiani. Ree (la bravissima Jennifer Lawrence, candidata all’Oscar) parte per cercare il genitore, e le reazioni più gentili, anche in famiglia, sono variazioni sul tema “fatti gli affari tuoi”, pronunciate in tono minaccioso. Lei tiene duro (non è che abbia tante altre alternative) e se necessario ripesca cadaveri putrefatti dalla palude.

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