GIANNI E LE DONNE

Figlio unico di madre vedova. In pensione anticipata. Esentato dal lavoro e dal servizio alla patria. Non dalle incombenze che una mamma capricciosa come donna Valeria richiede. Si sa che le esigenze aumentano con l’età: quando la badante ha il giorno libero bisogna servire i tramezzini e lo champagne alle amiche arrivate per giocare a poker, quando l’immagine del televisore ballonzola (sempre gioco d’azzardo) un figliolo è meglio di un tecnico. Gli offri un bicchiere di vino (a lui piace tanto, anche se a volte commenta “come sono piccoli questi bicchieri”) e ne approfitti per lamentarti un po’. Gianni Di Gregorio ripiglia il personaggio di “Pranzo di Ferragosto” (ospitava la mamma e altre vecchiette in una Roma deserta per pagare la rata del condominio), gli aggiunge una moglie e una figlia fidanzata a intermittenza, lo ficca in un mondo di maschi anziani con l’amante. Stanno tutto il giorno al bar in tuta e scarpe da ginnastica, fanno quattro passi fino al negozio all’angolo e baciano appassionatamente la tabaccaia, giovane e bionda. Non era facile fare il bis, di un film che Gianni Di Gregorio aveva scritto, diretto, recitato. “Gianni e le donne” è riuscito talmente bene che ora aspettiamo il tris (o magari una sitcom tv). Pochi sono gli attori – ancor meno gli italiani – che si fanno guardare appena entrano nell’inquadratura. Quando Gianni butta giù una pastiglia bevendo dalla canna dell’innaffiatoio, la risata (per nulla gentile) fa cadere dalla poltrona. A caccia di un’amante, dopo un tentativo di arrotondare la pensione con un giochetto che va male, Gianni comincia a guardarsi attorno: la badante a cui tiene la mano più a lungo del dovuto (reazione della ragazza: “Ti ho sognato, stanotte, eri mio nonno”), la fidanzata di tanti anni prima, la giovane vicina, la figlia dell’amica di mammà. Titolo internazionale, dopo l’invito alla Berlinale, sezione Panorama: “Il sale della vita”. Assieme a “Into paradiso” di Paola Randi, “Gianni e le donne” mostra che il cinema italiano qualche idea ancora ce l’ha. Soprattutto ha un personaggio, sfigato e disilluso, condiviso dai due film. Più che i bamboccioni o i precari, risplendono i pensionati anticipati e i ricercatori imboscati, gente con scarso spirito di iniziativa. Considerandolo un segnale da leggere, o una tendenza da decifrare, non c’è da stare allegrissimi.

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