ANOTHER YEAR

Se andate al cinema una volta l’anno – e se “Toy Story 3” no perché l’animazione la guardano i bambini; “Inception” no perché la fantascienza è sciocca, “The Social Network” neanche perché chi se ne frega di Facebook, e “Scott Pilgrim vs. the World” neppure perché già il titolo non si capisce – fate uno sforzo. C’è il caso che “Another Year” vi faccia smettere con la litania dei bei film di una volta che non li fanno più, sennò io al cinema ci andrei volentieri, magari nei cinemini senza vendita di popcorn. Mike Leigh meritava la seconda Palma d’oro a Cannes dopo l’altrettanto splendido “Segreti e bugie”. Tim Burton gli ha preferito il thailandese “Lo zio Boonmee si ricorda delle sue vite precedenti”: tragico esempio di accecamento in nome della visionarietà e dell’estenuazione artistica che punta a una sala cinematografica deserta, suggello definitivo del capolavoro. Mike Leigh ama i suoi spettatori, quindi non si stanca di lavorare sui personaggi, provando il copione con gli attori per mesi. Con la miseria, con la felicità e più spesso il “non pervenuto” della vita quotidiana intrattiene il fruttuoso rapporto che caratterizza i grandi narratori di storie (non importa se scrivano romanzi, girino film, producano serie tv). Tutto viene studiato nei minimi particolari, tutto viene limato, aggiustato, provato e rivisto fino all’inverosimile, tagliando via le parti noiose (questo è il patto di ferro che la fiction stipula con chi guarda o legge). Nello stesso tempo tutto risulta perfettamente naturale, come se sbirciassimo dal buco della serratura (questo è il grandioso risultato del lavoro fatto bene: brividi nella schiena). Non c’è un solo dettaglio – dalla tavola apparecchiata per le cene, ai vestiti di Tom e Jerry, lui geologo e lei psicologa, insieme tanti anni fa al festival sull’isola di Wight e ora in giardino a coltivar carote – che faccia pensare a un set o a un costumista o a un truccatore o a qualcuno che piazza le luci. Non c’è una sola battuta, né una sola inflessione, né un solo gesto, né un solo sospiro – di Jim Broadbent, di Ruth Sheen o della grandiosa Lesley Manville (l’amica single che cerca di darsi un tono con il vino bianco e una scassatissima macchina usata) – che faccia pensare a ruoli imparati a memoria, indossati e smessi quando viene dato il ciak, o alle pause dei cattivi attori. Imelda Staunton, depressa a caccia di una medicina che la tiri su, strazia il cuore.

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