IL DISCORSO DEL RE

Un microfono acceso può far paura anche quando è minuscolo, ben mimetizzato tra tutta l’elettronica che abbiamo intorno. Negli anni Trenta – giganteschi, a forma di stella, pendenti dal soffitto o incatenati al leggìo, dentro stanze dalle pareti imbottite con la luce rossa che annunciava “in onda” – parevano strumenti di tortura. Lo speaker si avvicina al microfono con piglio sacerdotale, fa i gargarismi, qualche vocalizzo, pronuncia con dizione perfetta un annuncio. Il microfono passa a Giorgio VI, balbuziente fin dall’infanzia, e succede la catastrofe. Albert (Bertie, per i familiari) diventò re in tutta fretta, dopo l’abdicazione del fratello Edward che preferiva Wallis Simpson (presto in arrivo anche un film su di lei, lo ha diretto Madonna, Abbie Cornish è la dama che valeva un regno). “Una donna con due mariti vivi? Orrore”, dicevano a corte, cercando di piegare il giovanotto alla ragion di stato. L’incoronazione per la prima volta viene trasmessa dalla Bbc, un re balbuziente non fa una gran figura, giacché la radio allora era come la tv oggi, potente e spaventosa. Qui entra in scena l’australiano Lionel Logue: attore fallito e logopedista improvvisato, aveva fatto esperienza sui reduci della Prima guerra mondiale. Vive con moglie e figli in un appartamentino, si rifiuta di andare a corte, tratta Sua Altezza Reale come un qualunque paziente, ha metodi anche meno ortodossi dei sassolini in bocca usati da Demostene per sciogliere la parlantina. Firma la bellissima sceneggiatura David Seidler, e la storia che ci sta dietro è interessante quanto il film. Nato nel 1937, cominciò a balbettare sulla nave che lo portava negli Stati Uniti dopo lo scoppio della guerra. “Re Giorgio era peggio di te” gli dissero i genitori, ascoltando un discorso alla radio dopo-la-cura. Seidler cercò il figlio di Lionel Logue (niente detective, bastò l’elenco telefonico per ritrovare, ormai ottantenne, il ragazzino che nel film è sempre con il naso nei libri), trovò i taccuini scritti durante le sedute, chiese il permesso alla regina madre che rispose “mai, finché sono in vita”. Per caso, scoprì che lo zio David, anche lui balbuziente, era stato curato da Logue. Candidato a dodici Oscar, è un biopic scaldato al fuoco dell’autobiografia, irresistibile per l’umorismo tutto britannico. Colin Firth sublime nella parte del re (almeno in originale), Geoffrey Rush un po’ esagera.

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