PARTO COL FOLLE

Finiremo come i matti che danno un numero alle barzellette. 33, e giù a ridere. 19, e giù un’altra sghignazzata. Finirà così: ormai viene lo sbadiglio a commentare le nefandezze dei titolatori, e già che siamo in tema anche le prodezze dei doppiatori. Per prudenza non abbiamo visto “Il discorso del re” nella versione italiana, siamo quindi ignari di come sia stato reso il balbettìo e (ancor più difficile) l’articolazione incerta che a Colin Firth riescono tanto bene. D’ora in poi sarà la Lamentela Numero 1, si fa prima. La Lamentela Numero 2 vorrebbe porre un freno alla sciagurata creatività di chi prende “Due date” (in inglese “scadenza”, in questo caso di gravidanza e dunque data prevista per il parto) e si inventa “Parto col folle”. Nel film di Todd Phillips abbiamo infatti una partenza, un parto e un matto da legare, che in entrambi i casi interviene a gamba tesa. Il futuro padre è Robert Downey jr, nel suo primo ruolo non perfettamente a fuoco. L’incomodo è Zach Galifianakis, già visto in “Una notte da leoni”, precedente film del regista e campione d’incassi. Tra gli ubriaconi smemorati, era quello con il neonato nell’imbragatura, convinto che regalassero anelli durante l’Olocausto (aveva orecchiato le due parole nella stessa frase). Qui fa un personaggio molto simile, candido fino all’imbecillità e perciò foriero di guai e di gaffe. Aggravate (molto aggravate) dalla passione per gli spinelli, dalla guida pericolosa, da un bulldog francese segaiolo quanto il padrone, dalla volontà di fare l’attore in una sit-com. Intanto si esercita in un monologo dal “Padrino” recitato con manifesta incapacità e autostima stellare. Quando una più fumata di lui chiede “hai scritto tu il testo?” risponde serissimo: “L’ha scritto la mafia”. In vista del Grand Canyon, il giovanotto è sicuro di sapere quando lo hanno costruito (seguono altre due o tre osservazioni del tipo “forse non tutti sanno che” da scompisciarsi). Si incontrano all’aeroporto, si importunano sull’aereo, vengono fatti scendere, uno perde il portafogli, affittano una macchina insieme (stessa non-trama di “Un biglietto in due”, con Steve Martin e John Candy, in aggiunta un barattolo da caffè che racchiude le ceneri del padre). Perfino Robert Downey jr sembra sinceramente stupito, al di là del copione, di quel che il meraviglioso Zach Galifianakis riesce a combinargli. E noi con lui. Astenersi spettatori in cerca di comici garbati.

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