LA DONNA CHE CANTA

Abbiamo scoperto Denis Villeneuve a Cannes, ammirando il suo primo lungometraggio “Un 32 agosto sulla terra” (1998). L’automobile esce di strada, la guidatrice rimane svenuta per un po’, l’orologio del cruscotto impazzisce e indica “32 agosto”. Il giorno extra offre l’occasione per qualche pensiero sulla vita, sulla morte, sulla maternità. A dispetto della trama, non era un film cupo né punitivo per lo spettatore. Poi Villeneuve sparì dal nostro radar. Riapparve, sempre a Cannes, una decina di anni dopo con “Polytechnique”, strage liceale girata al modo di Gus Van Sant in “Elephant”. Molti corridoi in bianco e nero, per raccontare una sparatoria capitata nel Canada francofono il 6 dicembre del 1989, quando ancora non esisteva YouTube, e Michael Moore non aveva girato “Bowling for Columbine” (unico dettaglio interessante: lo studente fuori di testa sparò solo sulle ragazze, colpevoli di volere la parità). Massimamente tragico – nel senso tecnico della parola – è il suo ultimo film, “La donna che canta”. “Incendies” nell’originale: brucia un autobus pieno di donne e bambini, dopo essere stato sforacchiato dai proiettili, bruciano le case dove una ragazza viene accusata di disonorare la famiglia, e oltre vent’anni dopo le femmine ancora si comportano come se l’onta fosse appena stata consumata. Attraversiamo un campo profughi, un orfanotrofio, una galera. Si parte da un complicato testamento, letto da un notaio canadese ai gemelli Jeanne e Simon. La madre Nawal Marwan, immigrata dal Libano e morta dopo un periodo di mutismo, ha lasciato al notaio due lettere sigillate e precise istruzioni. I due devono rintracciare il loro padre, creduto morto, e un fratello di cui ignoravano l’esistenza. Consegnate le missive, potranno aprire la lettera a loro destinata, e la madre potrà avere il nome sulla tomba. Le tracce sono praticamente inesistenti: solo una vecchia fotografia di Nawal, e sullo sfondo una scritta. All’origine, un’opera teatrale di Waidi Mouawad (parte di una trilogia intitolata “Le sang des promesses”, andata in scena la pima volta nel 2003) adattata per il cinema con qualche inutile lentezza. Le scene con Jeanne che studia matematica pura, sono un’inutile telefonata sui temi: la vita e la violenza sono ingovernabili, la madre era stata costretta a lasciare gli studi, la figlia non farà lo stesso errore. Denis Villeneuve divide la materia in capitoli, mettendo in parallelo la tragedia familiare – di cui non sveliamo nulla – e le vicissitudini del Libano. Attori bravi, la storia ben costruita, non esattamente il film giusto per distrarsi di sabato sera.

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