VALLANZASCA – GLI ANGELI DEL MALE

Un colpo al cerchio e uno alla botte. Né con chi ha l’ardire di rapinare una banca né con chi le banche ha l’ardire di fondarle. Né con i criminali milanesi né con i poliziotti immigrati dal sud. Né con gli sciupafemmine che vivono di notte, né con le mogli devote. Michele Placido vince la supercoppa, se ce ne fosse una a premiare – più che l’indecisione – l’abitudine di non prendere mai posizione, così non c’è neppure bisogno di cambiare casacca a metà partita. Anche nella variante: faccio un film su Renato Vallanzasca, ottimo per i titoli sui giornali, ma non gradisco l’arrivo del vero Renato Vallanzasca a Venezia. La seconda procura anche più prime pagine – settore spettacoli, ovvio – della presenza dell’eroe alla conferenza stampa, accanto al regista e a Kim Rossi Stuart. Eroe in senso narratologico, per carità, ma trovate voi le parole per spiegarlo ai leghisti (gente che fa un film su Alberto da Giussano, veste il padano come un terrorista arabo, intitola il film con il nome del nemico, ovvero “Barbarossa”, lo affida a Renzo Martinelli e si stupisce perché neanche gli spettatori con la cravatta verde accorrono). Il personaggio Vallanzasca sta in scena tutto il tempo, con quei vestiti e quelle pettinature anni Settanta, per non parlare delle automobili e dei night club. Li abbiamo visti in “Mesrine”, che Michele Placido dice di aver preso a esempio (magari!), uscito in Francia senza polemiche. Per non sbilanciarsi, Placido non spiega perché, quindi tocca fare da supplenti. Intanto era un bel film, cosa che non si può dire di “Vallanzasca”, dove Kim Rossi Stuart un po’ ha l’accento milanese e un po’ lo perde. Secondo, nei paesi normali, dove i giornalisti non esistono solo per far da cassa di risonanza a chi le spara più grosse, se qualcuno si lamenta per un film, il lamento viene registrato in un articoletto, e il film continua tranquillamente per la sua strada. Capitò per “Mesrine” e capitò per “La banda Baader-Meinhof”, è capitato anche per “Carlos” (a lamentarsi è stato il terrorista, ora in carcere). Nessuno, comunque, aveva intitolato il proprio film “Gli angeli del male”, ciliegina sulla torta dell’ambiguità registica (quella buona serebbe invece l’ambiguità cinematografica, ma è più difficile). E nessuno aveva parlato di “etica del male”, concetto caro a Michele Placido e ai suoi amici che scrivono sul manifesto.

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