KILL ME PLEASE

"Il Belgio è famoso per i pedofili e per la cioccolata: usano la cioccolata per attirare i bambini”. La battuta era in un gioiello di film intitolato “In Bruges”, protagonisti due gangster costretti a soggiornare nella Venezia del nord dopo un colpo andato storto. Si consolavano litigando sui nani (qual è il termine meno offensivo tra “midget” e “dwarf”?), ricordando il film di Nicolas Roeg “A Venezia… un dicembre rosso shocking”, punteggiando la conversazione con “Fucking Bruges, Fucking Belgium”. Le autorità locali, più lungimiranti di una qualunque amministrazione leghista, non solo diedero i permessi per girare, ma capirono che la cittadina avrebbe potuto guadagnarci parecchi turisti, e così fu. Questa belgitudine colora il bianco e nero di “Kill Me Please”, diretto da un regista francese dai poco invitanti trascorsi (un solo film d’azione, “Snowboarder” universalmente sbeffeggiato) che nel paese di Jacques Brel e di Georges Simenon ha trovato soldi e attori per la sua black comedy. Ambientata nella clinica per suicidi del dottor Kruger, esce con contorno di dibattito sull’eutanasia. Ma come tutti i film ben riusciti, con una bella idea e uno svolgimento complicato il giusto, sfugge alle argomentazioni dei decifratori (se no sarebbe un articolo di giornale). Nella prima scena, il dottor Kruger esamina un aspirante deciso a bere la pozione. Litigano subito: il medico odia il fai da te, intende portare la pratica dell’autosoppressione nella modernità, si fa bello calcolando i costi diretti e indiretti di chi si vuole ammazzare, ma non per questo è disposto ad accogliere chiunque. Solo pazienti scelti, e ne ha già parecchi: una cabarettista senza voce, una ragazza che ci prova da anni, un disgraziato che ha perduto la moglie giocando a poker, un rapper che potrebbe far da solo (come nella migliore tradizione dei musicisti maledetti) ma pretende assistenza. Potrebbero finir tutti alla pizzeria Kamikaze, così come la descrive lo scrittore israeliano Etgar Keret in un suo racconto (escono da e/o): un posto identico alla periferia di Amburgo, con Kurt Cobain che ammorba gli avventori raccontando il proprio suicidio. Tra il dire e il fare, scoppia un incendio: i morituri fuggono via in vestaglia, e a colazione reclamano perché non hanno più i loro croissant freschi di panetteria. Meritatissimo Marc’Aurelio d’oro al Festival del cinema di Roma.

 

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