AMERICAN LIFE

Serve un po’ di genealogia, per capire come mai il film arriva nelle sale dopo un anno. E dopo l’insuccesso negli Stati Uniti. Il budget era ridotto, 17 milioni di euro. I 13 milioni incassati (per un terzo all’estero, questo è il classico film indipendente americano che va forte in Europa) non sono bastati per chiudere in pari. Sam Mendes è il regista di “American Beauty”, uscito dieci anni fa, di “Era mio padre”, della serie “Six Feet Under”, di “Revolutionary Road”. Gli sceneggiatori Dave Eggers e Vendela Vida (marito e moglie) sono quanto di più cool – autoproclamato, ma la gente non ci bada – esiste nella letteratura americana, collocati esattamente a metà tra la casa editrice “McSweeney’s” e la rivista “The Believer”. Dave Eggers, proprio come Sam Mendes, ha un grande e mai eguagliato successo alle spalle, il romanzo intitolato “L’opera struggente di un formidabile genio” (sfacciataggine e narcisismo estremi, ma era la pura verità). Vendela Vida è l’anello debole: assieme al consorte ha messo in piedi “826 Valencia”, corso no profit di scrittura per ragazzi dagli otto ai diciotto anni, ma i suoi romanzi non hanno mai brillato di luce propria. Naturalmente, se un trio così si mette a girare un film, come minimo lo presenta al festival di Edimburgo, dove Sam Mendes gioca in casa, anche se ha ambientato tutti i suoi film nella provincia americana. C’è odore di successo annunciato, di piccolo e prezioso film, di storia autobiografica, di narcisismo familiare. Pericolo scongiurato almeno per tre quarti del film. A partire dalla scena iniziale, che ha il più divertente test di gravidanza visto al cinema. Maya Rudolph (si chiama Verona nel film) è incinta di sei mesi, lei e il compagno Burt (l’attore è John Krasinski di “The Office”) contano sui genitori per un po’ di aiuto. I due però, dopo anni di tentennamenti, sono in partenza per il Belgio. In aereo e in treno, i due trentenni che ancora vivono in una casa con i cartoni alle finestre (“dimmi che non siamo due falliti”) vanno a trovare amici e conoscenti, cercando un luogo per viverci. Sublime Maggie Gyllenhaal: la grande madre che allatta i piccini già in età di aprirsi da soli la bottiglia della Coca Cola. Finale prevedibile e zuccheroso, ma certe trovate sono fantastiche. Per esempio, la famiglia con figli adottati e multicolori che guarda “Tutti insieme appassionatamente”, facendolo finire prima che arrivino i nazisti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi