ILLEGAL

Cinema verità belga, nella tradizione dei fratelli Dardenne. La tradizione rivale, sempre parlando di belgi, è tutta humour nero e follia: da “Eldorado” di Bouli Lanners, a “Panico al villaggio” di Stéphane Aubier e Vincent Patar, batte bandiera belga anche la commedia sul suicidio che ha vinto il Festival di Roma: “Kill Me Please” di Olias Barco, e nettamente preferiamo questa impertinenza. Cinema con messaggio e macchina a mano, immagini sporche e spesso oscurate ai bordi come se fossero girate di nascosto o sbirciando da dietro una porta semichiusa. “Illegal” era alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, accompagnato da un accorato passaparola. Parla infatti di immigrati clandestini, centri di detenzione, rimpatri forzati, poveretti che cercano di sfuggire alla miseria e crudelmente vengono rimandati indietro, madri separate dai figli. Individua senza incertezze il nostro senso di colpa da ricchi occidentali, e non dà tregua per un’ora e mezza. Neanche finge di costruire una storia, cosa che va a suo merito per la sincerità, e nello stesso tempo irrita per il partito preso. Come irritava un altro film sullo stesso tema, intitolato “Welcome” e diretto da Philippe Lioret: in particolare, nella scena in cui paragonava le leggi francesi in materia di stranieri alle persecuzioni naziste contro gli ebrei. (Il vicino di casa ha scritto “welcome” sullo zerbino, ma il suo atteggamento verso il ragazzo curdo Bilal che in preda alla disperazione intende attraversare la Manica a nuoto per raggiungere il suo amore a Londra è tutt’altro che amichevole). Emigrata dalla Russia in Belgio, Tania si vede rifiutare la richiesta d’asilo. Per dieci anni vive da clandestina con il figlio tredicenne Ivan, lavorando in un’impresa di pulizie che evidentemente la paga in nero. Si brucia i polpastrelli con il ferro da stiro per non essere identificata, compra una falsa carta d’identità, finché un controllo casuale per strada la conduce in un centro di detenzione provvisoria, primo passo verso il rimpatrio. Non dice nome e cognome, quindi abbiamo tutto il tempo per esplorare l’istituzione totale e paracarceraria con le sue contraddizioni (leggi: le donne guardiane che per mantenere i propri figli tengono in cattività i figli delle straniere), i modi bruschi dei poliziotti che accompagnano all’aereo, mentre da bravi garantisti filmano ogni cosa con la telecamerina.

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