UNA VITA TRANQUILLA

Il cinema italiano dell’ultimo decennio si divide in due epoche: prima di Toni Servillo, dopo Toni Servillo. Funzionò da spartiacque nel 2004 “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino, invitato in concorso al festival di Cannes con gran successo di critica (trama: mafioso ritirato a Lugano, una partita a carte e una puntura di eroina a settimana). Nel 2007 uscì “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli, presentato alla mostra di Venezia con gran successo di pubblico (trama: commissario di polizia napoletano in Friuli con moglie svanita e un assassino da incastrare). In un cinema povero di idee, i successi a sorpresa vengono smontati per capire come funziona il meccanismo e dare il via ai tentativi di imitazione. L’analisi alla moviola sentenziò che il successo dei due film andava attribuito all’attore casertano, alla fissità impenetrabile dei suoi lineamenti, all’assenza dei dialoghi (e se per caso un dialogo scappava di mano, al lungo silenzio tra la domanda e la risposta). Fiorirono dunque le imitazioni, tra cui il recente e poco riuscito “Gorbaciof” di Stefano Incerti: cassiere nel carcere di Poggioreale, giocatore di poker, innamorato di una cinesina che non parla italiano, Toni Servillo più che altro cammina nervosamente, con una voglia sulla fronte viola come la camicia sotto il gessato lucido. Altro non serve: tanto i critici appena sentono il suo nome scattano in piedi e applaudono. Va a tutto merito di Claudio Cupellini – film precedente “Lezioni di cioccolato”, dove cominciammo a capire quanto era bravo Luca Argentero – aver circoscritto Toni Servillo alla laconicità che serve per il personaggio, nulla di più e nulla di meno. E’ un italiano da una decina d’anni in Germania, ha una moglie tedesca e un figlio piccolo, gestisce un ristorante: qualche parola la deve pur dire, gli ordini ai cuochi li deve dare, la selvaggina e le verdure le deve comprare, il figlio a scuola lo deve accompagnare, dopo avergli chiesto: “Hai preso tutto?”. I silenzi sono controllati, gli “intensi primi piani” (così scrivono i critici Servillo-dipendenti) misurati con il contagocce. L’ottima direzione degli attori riguarda anche Marco D’Amore nella parte di Diego, uno dei due giovanotti che all’improvviso si presentano al ristorante, chiedono una stanza per dormire, fingono di fare affari con i ristoranti della zona ma sono più interessati alla spazzatura da smaltire irregolarmente. L’altro, più testa calda (si farà beccare chiuso nel bagno con la bella cameriera, colpa di una serratura difettosa) è Francesco Di Leva. “Una vita tranquilla” ha una trama che funziona: interessa quindi sapere cosa succederà all’ex camorrista Rosario dopo il non casuale incontro con i due giovanotti. Trascinati fino alle ultime scene, grati perché forse Servillo tornerà bravo come in teatro, invertendo la parabola, finiamo per perdonare un finale un po’ confuso.

 

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