POTICHE – LA BELLA STATUINA

Lo chiamavano “teatro leggero”, con il sopracciglio alzato. Si sono puniti da soli, vedendo certe maratone d’avanguardia più moleste di una martellata in testa, con certi attori che si agitavano sulla scena o restavano immobili, recitare neanche a parlarne (Nanni Moretti quando era bravo ne fece polpette in “Io sono un autarchico”). In Italia erano Garinei e Giovannini, in Francia erano Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy. Prima di François Ozon (che già nel suo film di debutto, intitolato “Sitcom” rivelava un debole per gli spettacoli popolari, dalla soap al musical senza dimenticare la letteratura rosa confetto di “Angel”), i due commediografi avevano attirato l’attenzione del cinema americano. “Fiore di cactus”, diretto da Gene Saks con Walter Matthau, Ingrig Bergman e Goldie Hawn, era un adattamento di “Fleur de cactus” (un dentista fa credere alla giovane amante di essere già sposato; lei tenta il suicidio; lui intenerito si convince a sposarla, lei pretende il consenso della prima moglie che non esiste, quindi bisogna inventarne una con la complicità della poco attraente segretaria: quando il cactus fiorirà tutto si sistema). “Potiche” è un soprammobile o una bella statuina decorativa, fragile e bisognosa di continui spolveramenti. Qui, una magnifica Catherine Deneuve, che entra in scena con la tuta rossa Adidas identica a quella che Ben Stiller e i suoi due figlioli indossavano nei “I Tenenbaum” (oggi, la divisa di Sue Sylvester, capo delle cheerleader nella serie “Glee” e principale nemica del coro che riunisce gli sfigati). A corredo della tuta, bigodini e una retina per tenerli fermi quando corre nei boschi. Siamo infatti negli anni Settanta, le signore senza cotonatura non andavano da nessuna parte (nel resto del guardaroba, abitini stampati e tailleur, qualcuno intonato al copritelefono in velluto profilato con il cordoncino d’oro). Neanche in fabbrica tra gli operai in sciopero, come tocca fare a Catherine dopo che il marito industriale rimane sotto choc per un rapimento. Si mette addosso un bel po’ di gioielli – “Ma sei pazza?” dice il figlio. “E’ merito loro se li possiedo, lascia che se li godano un po’ anche loro”, è la risposta, di meraviglioso paternalismo padronale – e varca coraggiosamente i cancelli. Del resto la fabbrica era di suo padre, il marito l’ha trovata bella e fatta. Gérard Depardieu è un sindacalista con un debole per la signora padrona. Karin Viard è la fedele segretaria Nadège, perfino più gelosa della moglie. Doppiaggio permettendo (l’abbiamo visto in originale, siamo ancora scottati dalla proiezione al Festival di Roma di “The Social Network” in italiano, viva i sottotitoli ora e sempre, che costano anche meno), “Potiche” è un film di raro e assoluto divertimento. Una battuta via l’altra, orchestrata dal mimetico Ozon come se non avesse fatto altro in vita sua. E speriamo continui su questa via, anche se è uno che si stanca presto.

 

 

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