L’ILLUSIONISTA

A vederlo con gli occhi di oggi, fa una strana impressione. Si racconta infatti di un triste illusionista francese di mezza età (la mezza età degli anni Cinquanta, quasi un piede nella tomba) che fa amicizia con una ragazzina molto povera. E  tanto ingenua da pensare che un cappello da mago possa veramente produrre dal nulla scarpe o conigli o mazzi di fiori, o fazzoletti multicolori con gli angoli annodati. I due condividono pensioncine e appartamenti in cattivo stato, senza sospetti da parte di nessuno: né degli albergatori, né della banda di altri artisti da circo che se la passano piuttosto male (va bene che i pagliacci sono tristi, ma non ne avevamo visto nessuno impiccarsi in un film non vietato ai minori e non dell’orrore). Lei lo aspetta a casa con il grembiulino in cucina, lui le compra i vestiti trasformando la Cenerentola in un elegante signorina con tacchi alti e filo di perle (se uno scrivesse una simile trama ora, verrebbe cacciato per sospetto di pedofilia: mica è vero che i tempi sono diventati libertari e progressisti, semmai è il contrario). Alla vigilia degli anni Sessanta, i palcoscenici che ospitavano il varietà e i maghi ospitano infatti le più redditizie stelle del rock (un gruppo ha scritto sulla batteria “Billy Boy and the Britoons”, un critico britannico ci ha letto tracce di sciovinismo francese). Al mago con le ghette e l’impermeabile, alto e slanciato come Jacques Tati, restano i luoghi di periferia: il lunghissimo viaggio, dal centro di Parigi allo sprofondo scozzese, si fa assieme al fedele coniglietto nella gabbia. La tappa a Edimburgo offre l’occasione per mostrare quanto meravigliosi siano i disegni (tutti a mano senza computer) e l’animazione (a due dimensioni, più che sufficienti per mostrare la città in tutto il suo splendore). Li firma Sylvain Chomet, regista di “Appuntamento a Belleville”. Parole poche, come nel film d’esordio. Oltre alla musichetta degli spettacoli, quasi solo rumori. Jacques Tati non è soltanto un riferimento estetico: Chomet ha implorato la figlia del regista (Sophie Tatischeff, stesso cognome che l’illusionista ha nel film) perché gli regalasse una sceneggiatura rimasta mezzo secolo nei depositi della Cineteca nazionale francese, senza neanche un titolo (solo un numero a distinguerla dagli altri copioni). Dicono i pettegoli che il film scritto e mai girato fosse l’amoroso risarcimento per una prima figlia abbandonata.

 

 

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