IL MIO NOME E’ KHAN

Bollywood prova e riprova a conquistare altri mercati per ingrandire un già colossale giro d’affari. Il continente indiano è enorme, la diaspora indiana sta dappertutto, i film in hindi si trovano in streaming, oppure a noleggio in qualche negozietto milanese dalle parti di via Padova. Gli spettatori non indiani di Stati Uniti e Europa sono ancora piuttosto refrattari al genere. Primo problema, la lunghezza: per uno spettacolo che duri meno di tre ore una famiglia di Mumbai neanche si sposta da casa. Secondo problema, i balletti che a intervalli regolari interrompono qualsiasi azione: corteggiamento, azione, spionaggio, sparatorie, tradimenti. Una specie di musical continuo, che si insinua dappertutto. A qualcuno piace (è il caso nostro, che invece non sopportiamo il cinema indiano alla Satyajit Ray, con l’aratro e la capretta), altri non ne vogliono sapere. Ogni tanto arrivano prodotti da esportazione un po’ addolciti. “Devdas” voleva usare Cannes come testa di ponte per una sfarzosa storia alla Romeo e Giulietta. “Lagaan” aveva la lunghezza e pure i balletti, ma inventava una magnifica storia per spiegare come mai il cricket, sport dei conquistatori, piace tanto agli ex sudditi dell’impero. “My Name is Khan” è il tentativo di sfondamento più recente. Noto con l’acronimo MNIK - così come GWTW stava per “Gone With The Wind”, non per la marca di un’auto che non abbiamo mai sentito nominare – è finora il più grosso incasso bollywoddiano all’estero. Non si può dire che non ce l’abbiano messa tutta. L’attore protagonista sta all’India come Tom Cruise sta all’America, è ha la parte strappacuore del giovanotto con la sindrome di Asperger. La stessa forma di autismo che affligge il protagonista di “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon. L’autismo che riesce a elaborare solo un segnale o un’informazione alla volta (per questo una stazione è un incubo, e pure gli aeroporti), che non sopporta gli abbracci, che non tollera certi colori, che non afferra le metafore. Il musulmano Khan, emigrato negli Usa dopo la morte della madre, si innamora a prima vista di una dolce e bellissima parrucchiera indù. La forza del film sta nella storia, prima patetica, poi tenera, poi felice e dopo l’11 settembre assai funesta (gli indiani non si fanno mancare niente, in materia di melodramma). I cinici godranno soprattutto il notevolissimo kitsch.

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