SÉRAPHINE

Molto dipende da quanto vi piacciono i pittori naïf. Se l’unica cosa che vi viene in mente al proposito è la partenza per Ismailia dell’inviato del Daily Beast William Boot (siamo nel romanzo di Evelyn Waugh “L’inviato speciale”, Tina Brown ha buone letture) e i relativi controlli alla frontiera, scegliete un altro film. Scrive il perfido Waugh, dividendo equamente il suo veleno tra il reporter che va alla guerra con l’umidificatore per sigari  in valigia e la naiveté artistica: “Era una delle rare occasioni in cui l’esistenza monotona dei doganieri veniva strappata dal tedioso traffico di sete artificiali e di letteratura sovversiva per approdare ai regni dell’avventura; una di quelle occasioni che dovevano aver ispirato a Rousseau le scene delle sue foreste vergini”. Séraphine – all’anagrafe di Senlis Séraphine Louis – aveva una vita più faticosa, in ginocchio a lavare i pavimenti e al fiume per il bucato. Dipingeva di notte, dopo essersi fabbricata i colori da sola, rubando sangue in macelleria e cera alle candele della chiesa (mentre lo fa ha un’aria complice, è sicura che Dio la perdonerà, sennò perché un angelo le avrebbe suggerito di prendere in mano i pennelli?).

A Senlis, nel 1912, affitta una casa di campagna il critico d’arte e collezionista tedesco Wilhelm Uhde: era stato il primo a comprare un quadro di Picasso e aveva scoperto il talento del doganiere Henri Rousseau. Fu lui a riconoscere la bravura della domestica, che dipingeva mele e fiori su legno – un po’ più sinistre delle mele di Paul Cézanne, e un po’ meno leggiadri delle ninfee di Claude Monet, paiono piante carnivore che escono dal quadro. Fu lui a farle fare la prima mostra, proponendola ai collezionisti e dandole un mensile perché smettesse di fare la serva. Séraphine è una superlativa Yolande Moreau, una di quelle attrici che non esibiscono la recitazione, totalmente calata nel personaggio, con scialletto e cappellino (poteva succedere un disastro, con un cast sbagliato). Un po’ più incerto è il regista Martin Provost, che stempera la materia in due ore di film sottolineando dettagli inutili come l’omosessualità di Uhde (nella Parigi degli anni dieci, non era uno scandalo portarsi a letto l’efebo pittore). La suggestiva materia – servi, padroni, vicini pettegoli, ispirazione artistica, elevazione spirituale, genio e follia – ha procurato al film sette César.

 

 

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