FAIR GAME (CACCIA ALLA SPIA)

Fervono le discussioni sull’autofiction, praticata da scrittori diversissimi tra loro come Michel Houellebecq, Walter Siti, Karl Ove Knausgard (memoir norvegese in tremila pagine, il primo dei sei best seller è appena uscito da Ponte alle Grazie con il titolo “La mia lotta”). Fervono anche i dibattiti sulla “fame di realtà” invocata da David Shields nel saggio copia-incolla uscito da Fazi con lo stesso titolo. Un film malriuscito come “Fair Game” – tratto da una storia realmente accaduta nel 2003 e dalle due autobiografie dell’agente della Cia Valerie Plame e del consorte ex ambasciatore Joe Wilson – torna utile per districare la materia. Primo: una storia vera non è di per sé interessante, e anche quando è interessante – questa potrebbe esserlo - si può sempre distruggerla in fase di sceneggiatura. Lo hanno fatto con puntiglio i fratelli Butterworth, appianando ogni tensione drammatica a favore della denuncia contro l’Amministrazione Bush.

Sarebbe interessante sapere come reagisce un marito quando scopre che la consorte fa l’agente segreto. Gli sceneggiatori ribadiscono che in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa. Attenersi ai resoconti dei coniugi – “Fair Game”, rispettivamente “The Politics of Truth” – non è stata una buona idea: abbiamo fame di realtà, sbirciare dal buco della serratura piace a tutti, ma non siamo così ingenui da pensare che in un memoir uno si metta davvero in piazza. Certamente i due si sono tirati i piatti in testa, dopo la gran rivelazione, ma entrambi preferiscono indignarsi contro il governo Bush. Altro brutto segno: Valerie Plame a Cannes si pavoneggiava sul tappeto rosso accanto a Naomi Watts, certificando che aveva gradito il film, che si riconosceva completamente, che il regista aveva fatto un ottimo lavoro. Intanto il terrorista Carlos, protagonista di un altro biopic diretto da Olivier Assayas, dal carcere minacciava querele; e infatti quel film – ne vedremo una versione di tre ore al Festival di Roma – risulta decisamente migliore. Anche partendo da una storia non proprio appassionante, uno sceneggiatore bravo può fare miracoli. In questo infatti risiede la superiorità della fiction sulla vita reale: un’aggiustatina qui, un ritocchino là, un botta e risposta ben costruito, attori un po’ meno rassegnati. Infatti anche i reality sono scritti da cima a fondo, e per questo meno noiosi di “Fair Game”.

 

 

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