CATTIVISSIMO ME

Gru non è cattivo, ha solo avuto un’infanzia difficile. La mammina non gli dava retta, mai gli faceva una carezza, niente balocchi per il pargolo ma solo profumi, pellicce e vestiti per sé. Lui è stato costretto ad attirare l’attenzione diventando criminale (ma anche lì non riesce a essere il primo, quindi le frustrazioni si accumulano e i tentativi di uscirne raggiungono proporzioni colossali, con fallimenti all’altezza). Sembra un sunto di psicologia sessantottina, è l’inizio di questo film disegnato e animato da uno studio francese con capitali americani. Il prossimo che ha intenzione di dire: “Gli Stati Uniti colonizzano il nostro immaginario”, lo tenga presente. Perché gli americani, che hanno già la Pixar-Disney, dovrebbero mettere soldi in un progetto made in France, se non per diversificare, esattamente il contrario di quel che viene loro imputato? Diventato grande, Gru ha una serie di raggi rimpicciolenti e congelanti con cui ghiaccia la fila da Starbucks, quando vuole un caffè e non ha voglia di aspettare. Fa una frittella delle macchine al parcheggio per farci stare la sua. Abita in una casa tutta nera in un quartiere tutto rosa, con prati e fiorellini. Nel sotterraneo, spazio per alloggiare il suo laboratorio e i suoi aiutanti: mostriciattoli con l’itterizia chiamati Minions che lo acclamano come fosse un dittatore balcanico. Il grande rivale Vector, aiutandosi con pistole caricate a piranha, ha rubato le piramidi – quelle che sembrano tali sono di plastica e si sgonfiano. Gru progetta di rubare la luna (i Minions applaudono isterici). Sulla strada del crimine – anzi, sullo zerbino di casa – incontra Margo, Edith e Agnes: le orfanelle con gli occhioni chiedono soldi per una causa benefica, senza accorgersi che a nessuno più che a loro servirebbe un po’ di beneficenza. La trama di “Cattivissimo me” non è originalissima, qualunque spettatore sopra i nove anni immagina come andrà a finire. Il divertimento sta nei dettagli (Banca del male / ex Lehman Brothers) oltre che nella faccia di Gru: somiglia al critico gastronomico Anton Ego, in maglioni a collo alto e sciarpe a righe. Nell’originale era doppiato da Steve Carrel, mentre Julie Andrews dava la voce alla mamma anaffettiva (voce da poco ritrovata, dopo che un chirurgo per togliere una cisti le danneggiò le corde vocali). In italiano si fa avanti Max Giusti. Alla radio parla del suo lavoro come se il doppiaggio lo avesse inventato lui. Alla prova dei fatti il risultato non si può dire strepitoso.

 

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