THE TOWN

Di nuovo i quartieri poco raccomandabili di Boston, come nel primo film diretto dal ragazzo prodigio che assieme a Matt Damon vinse un Oscar per la sceneggiatura di “Will Hunting – Genio ribelle”. “Gone Baby Gone” era tratto da un romanzo di Dennis Lehane (scrittore bostoniano di origini irlandesi a cui dobbiamo “L’isola della paura”, portato sullo schermo da Martin Scorsese con il titolo “Shutter Island”, e “La morte non dimentica”, che diventò “Mystic River” di Clint Eastwood). “The Town” viene da un romanzo di Chuck Hogan, “Il principe dei ladri” (esce da Piemme) ed è ambientato a Charlestown: luogo storico della rivoluzione americana, presentato nella prima scena come un distretto dove le carriere criminali si tramandano di padre in figlio. Doug, figlio di rapinatore, seguirà le orme del padre carcerato dopo aver tentato la carriera sportiva. Assieme a tre complici svuota i caveau delle banche, vestito da suora e con la faccia nascosta da una maschera di gomma (sulle maschere scelte dai criminali americani, dai vecchietti di “Vivere alla grande” ai surfisti visti in “Point Break – Punto di rottura” di Kathryn Bigelow, si potrebbe scrivere un saggetto). Lavoro pulito, se uno dei soci non perdesse la calma e acchiappasse una bella ragazza bruna – che è anche il direttore della filiale – come ostaggio. Unico indizio utile per l’identificazione, un tatuaggio sulla nuca, spiega la rapita, e subito rilasciata senza un graffio, all’agente dell’Fbi Jon Hamm (niente cappello di Don Draper o cravatta stretta: camicia a scacchi e giubbotto antiproiettile). Senonché la ragazza abita proprio dietro l’angolo: il capobanda Doug (Ben Affleck tornato in gran forma dopo il disastro di “Gigli – Amore estremo”, con l’allora fidanzata Jennifer Lopez) comincia a corteggiarla per scoprire quel che sa. Primo incontro alla lavanderia a gettone, un caffè oggi e una passeggiata domani, il gioco comincia a diventare rischioso e i complici ficcano il naso. La storia regge, con qualche sorpresa, gli attori sono bravi – c’è anche Jeremy Renner, l’artificiere di “The Hurt Locker”, con Chris Cooper e Pete Postlethwaite – l’azione non annoia, il romanticismo limitato a dosi omeopatiche. Un onesto poliziesco, ma secondo il critico Roger Ebert tutto sta in superficie e non si vedono le anime nere. Meno male, visto che il film dove secondo lui la mente criminale viene esplorata è l’inguardabile “The American” con George Clooney: un’ora e mezza di pensosi silenzi, con Violante Placido perlopiù nuda, sia quando lavora al bordello sia quando fa la ragazza innamorata.

 

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