MIRAL

Menahem Golan, nato a Tiberiade da ebrei polacchi, produttore di John Cassavetes, Andrej Konchalovsky, Roger Corman e Robert Altman, perfino di Norman Mailer (“I duri non ballano”) era al Festival di Locarno per un premio alla carriera. Ne approfittò per liquidare con poche e precise parole il genere di film che invita all’abbraccio israeliani e palestinesi. “Non capisco tutte queste storie d’amore multiculturali a lieto fine. I registi dovrebbero guardarsi un po’ in giro, ogni tanto”. Meglio che Golan si tenga alla larga da “Miral”, sceneggiato da Rula Jebreal prendendo spunto dalla sua autobiografia romanzesca (“La stanza dei fiori di Miral”). Lo ha diretto – molto sotto il minimo sindacale – Julian Schnabel, che finora non aveva mai sbagliato un film: né “Basquiat”, né “Prima che sia notte”, né “Lo scafandro e la farfalla”. L’invito alla pacificazione suona come le brioche di Maria Antonietta. “Perché ebrei e palestinesi non possono vivere in un solo stato, come a New York?” si domanda Miral, cresciuta in un istituto per orfani palestinesi (fondato da Hind Husseini, che festeggia il Natale con un albero rimesso nella terra ogni anno, quindi è cristiana anche se il film preferisce sorvolare). La battuta, accanto a un altro siparietto sulle regole del mestiere giornalistico – “si sta in prima linea a consumare le suole, non a bere nei Grand Hotel” – prepara la rivelazione finale. Quando la finzione e la realtà si ricongiungono, con una musica che da melensa diventa ultrakitsch, e la sagoma di una Oriana Fallaci filo-araba si staglia contro i grattacieli di New York (Natalia Aspesi, che sa come affondare lo stiletto facendo finta di complimentare, chiama la nostra eroina “ospite di talento ad Annozero”). Prima, un fallito attentato terroristico al cinema dove si proietta “Repulsion” di Roman Polanski (scelta che il regista trova molto significativa, e ne parla in tutte le interviste senza riuscire a spiegare perché). Ci sono una cinquantina di orfani palestinesi laceri e piangenti dopo la proclamazione dello stato di Israele (scena che sta al cinema come il giocattolo vicino al carroarmato sta alla fotografia). C’è la distruzione della casetta, girata come fosse Godzilla all’attacco di New York: arriva la ruspa israeliana, caccia fuori gli abitanti in lacrime, al rallentatore fa scempio dell’edificio.

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