PIETRO

Cominciamo con le cose buone, sono parecchie. Primo fra tutti l’autofinanziamento, 120 mila euro di spese vive, dieci giorni di riprese o poco più, videocamera digitale. Regista e attori ne devono andar fieri, nel cinema italiano non capita quasi mai, mentre son frequenti le lagne per la recente stretta creditizia. E’ comunque bello sapere – ringrazia anche il critico che molto spesso si domanda, vedendo certi film italiani: ma nessuno ha letto la sceneggiatura prima di aprire i cordoni della borsa? – sapere che con cifre minime si può girare un film invitato a un Festival (quello di Locarno, redivivo sotto la direzione di Olivier Père) come unico italiano presente. Secondo, il trio di attori Pietro Casella, Francesco Lattarulo, Fabrizio Nicastro, cabarettisti con qualche passaggio a Zelig ora prestati al cinema (e non solo: assieme a Daniele Gaglianone, girano i festival teatrali con spettacoli ispirati al Malcolm Lowry di “Sotto il vulcano”). Fuori da “Pietro” si fanno chiamare “Senso d’Oppio”. In “Pietro” dimostrano – anche in questo caso il critico sentitamente ringrazia – che la gavetta sul palcoscenico funge da formazione professionale assai meglio del Centro Sperimentale di Cinematografia (siamo del resto nel paese dove l’attore più bravo, overossia Valerio Mastandrea, viene dal Maurizio Costanzo Show).Terzo: dialoghi che non fanno stramazzare per la loro falsità. A Torino, Pietro distribuisce volantini sui parabrezza, vive assieme al fratello tossico che lo usa come buffone alle feste, facendogli fare le facce da ritardato. Hanno una casa che va a pezzi, unica loro fortuna perché l’hanno ereditata dai genitori. Finché l’idiota di famiglia incontra una ragazza, teneramente la corteggia e la protegge dal boss, fa lo sbaglio di presentarla alla compagnia dei bulli e degli spacciatori. Nel difficile ruolo, Pietro Casella se la cava senza esagerazioni o gigionerie. Almeno per tre quarti del film, che si chiude con un lungo monologo ridondante, in un registro un po’ troppo alto rispetto al personaggio: lo spettatore ha già capito tutto quel che c’era da capire. E’ questa l’unica pecca di sceneggiatura, il finale che strappa la lacrimuccia (e comunque a Locarno ha avuto i suoi estimatori). Così come l’unica nota stonata nella recitazione sono gli accenti: senza inflessioni Pietro, sicilianissimo il fratello.

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