PREDATORS

Ogni film di guerra ha il suo plotone di uomini, variamente composto, che morirà secondo regole fisse (prima i neri dei bianchi, prima gli immigrati dei wasp). Ogni film o telefilm di fantascienza (da “Star Trek” a “Guerre stellari”) ha il suo equipaggio multiplanetario con vulcaniani e robot. Ogni film dell’orrore ha la sua compagnia di sfigati che va a cacciarsi in situazioni da cui chiunque fuggirebbe (l’ordine di sparizione è parodiato nella saga “Scream”). “Predators” – quarto film della serie avviata nel 1987 da John McTiernan con Arnold Schwarzenegger – combina tutti gli elementi. Con parecchia malagrazia, per non dire altro. Il plotone lanciato in caduta libera comprende un mercenario americano, un soldato russo, un energumeno che apparteneva alle squadre della morte in Sierra Leone, un serial killer, un giustiziere della yakuza, uno spacciatore di droga messicano e – qui sta il colpo basso – una cecchina israeliana. Altrettanti mostri, riassume Stephen Holden sul New York Times mostrando di avere capito il messaggio: cacciatori di uomini che diventeranno prede, inseguiti da alieni ferocissimi e invisibili. Accade su un pianeta dove il sole non cambia mai posizione, ricoperto da una giungla impenetrabile. Con loro, unica creatura non armata fino ai denti, un dottore pulitino sicuramente arrivato lì per sbaglio dalla sua soap ospedaliera. Dirige l’ungherese Nimród Antal, che si era fatto notare con “Kontroll”, thriller fantastico ambientato in metropolitana. Produce l’ex ragazzo prodigio Robert Rodríguez: per girare il suo primo film – “El Mariachi” – mise insieme i soldi facendo la cavia per nuovi medicinali in via di sperimentazione (poi vennero “Sin City” e il doppio programma “Grindhouse” con Quentin Tarantino, il prossimo sarà “Machete”, sviluppo di uno dei finti trailer che venivano proiettati durante il finto intervallo). Girato negli studi Troublemaker, in Texas perché costa meno che a Los Angeles, “Predators” è tecnicamente un reboot: non un sequel, nemmeno un remake, ma un nuovo inizio (o piuttosto un tentativo di rianimare una serie calata a picco con “Alien contro Predator”). Tutti e due hanno talento, tutti e due lo sprecano in questo film di serie B. e lo stesso si può dire di Adrien Brody, con i capelli cortissimi, la faccia sporca, e sempre l’aria fragile che aveva nel “Pianista”.

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